Chi è la misteriosa fonte che nel marzo del 1994 raccontò a Repubblica il contenuto di un verbale del pentito Salvatore Cancemi, bruciando di fatto le prime indagini su presunti collegamenti tra Cosa nostra, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? La domanda era stata posta dal fattoquotidiano.it subito dopo aver finito di leggere il libro di Ilda Boccassini, La stanza numero 30 (Feltrinelli). Ora quella stessa domanda è stata posta all’ex procuratore aggiunto di Milano – oggi in pensione – dai magistrati della procura di Firenze che indagano su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri per le stragi del 1993.

A raccontare che Boccassini è stata sentita dai magistrati toscani è Domani, il quotidiano per il quale lavora Attilio Bolzoni, uno dei due giornalisti che firmò lo scoop di Repubblica nel ’94. I pm avrebbero potuto chiedere a Bolzoni l’identità della fonte di quella notizia ma il giornalista siciliano non l’avrebbe potuta rivelare senza violare il segreto professionale. L’altro autore di quello scoop, Giuseppe D’Avanzo, è invece morto nel 2011. Ecco perché la procura ha interrogato Boccassini. Da tempo la storia dello scoop di D’Avanzo e Bolzoni sulle scottanti dichiarazioni di Cancemi, relative ai contatti tra i clan e Marcello Dell’Utri – come “emissario” di Silvio Berlusconi – impegna investigatori di lungo corso e appassiona generazioni di cronisti di giudiziaria. Nel suo libro Boccassini torna sull’argomento rivelando un particolare inedito: prima di morire D’Avanzo le rivelò l’identità della fonte che le aveva bruciato l’indagine. Ma andiamo con ordine.

Cancemi, reggente del mandamento di Porta nuova e dunque appartenente alla Cupola, è il primo a parlare dell’esistenza di contatti tra Totò Riina e “persone importanti” non affiliate a Cosa nostra: a riferirglielo, sostiene, era stato Raffaele Ganci, boss della Noce e fedelissimo del capo del capi. Nel libro Boccassini racconta quando lo ha interrogato. Prima domanda: “Nei precedenti verbali lei ha riferito di aver saputo da Raffaele Ganci che Salvatore Riina avrebbe avuto un incontro con persone importanti prima che venisse ucciso il giudice Falcone. Personaggi che avrebbero garantito a Riina la revisione dei processi. Conferma queste circostanze?”. È da quel momento che Cancemi comincia il suo clamoroso racconto, riportato quasi integralmente nel libro di Boccassini. “Ho il dovere di riferire queste circostanze, che io ho vissuto in questi anni da protagonista. Nel 1990 o 1991, in questo momento non riesco a essere più preciso […], Ganci Raffaele mi disse che Salvatore Riina voleva parlarmi, ci incontrammo nell’ormai famosa villa di Girolamo Guddo. Riina cominciò parlando di Vittorio Mangano, persona che peraltro non era molto gradita allo stesso Riina perché in passato Mangano era vicino a Stefano Bontade. Riina mi disse di riferire a Mangano che non doveva più interferire nel rapporto che lo stesso aveva instaurato da anni con un tale Dell’Utri, collaboratore di Silvio Berlusconi, perché da quel momento i rapporti con il Dell’Utri li avrebbe tenuti direttamente Riina. Quest’ultimo precisò che, secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne (questa è l’espressione che usò Riina, ma ovviamente si riferiva a emittenti private)”. Cancemi aveva aggiunto che quei soldi arrivavano in più “rate da 40-50 milioni. Queste rate venivano consegnate non so da chi a Pierino Di Napoli, reggente della famiglia di Malaspina, compresa nel mandamento La Noce”.

Dopo quei racconti partirono subito, in grande segreto, gli appostamenti e i pedinamenti affidati ai carabinieri del capitano Sergio De Caprio: “Obiettivo principale delle indagini era, ovviamente, il boss Pierino Di Napoli perché attraverso di lui – sempre che le circostanze riferite da Cancemi fossero risultate veritiere – si sarebbe potuto documentare il passaggio di denaro a favore di Riina“, scrive Boccassini. “Su Di Napoli, a piede libero perché formalmente incensurato, venne organizzato un servizio di osservazione costante, affidato al capitano Ultimo e alla sua squadra. Benché libero, il boss di Malaspina si muoveva con estrema circospezione, e per comunicare usava cabine telefoniche nonostante possedesse un apparecchio cellulare. Non si accorse mai, comunque, di essere controllato ed eravamo fiduciosi negli sviluppi dell’operazione, avendo rapidamente individuato e messo sotto controllo i luoghi che frequentava e le persone con cui si accompagnava. Insomma, la rete era stata gettata, ma la quantità di pesci che saremmo riusciti a catturare dipendeva dall’efficienza degli uomini che lo seguivano come ombre, e – perché no – anche da un po’ di fortuna”.

La buona sorte, però, in questa storia non sembra comparire mai. Il 21 marzo del 1994 su Repubblica i giornalisti Bolzoni e D’Avanzo pubblicano i contenuti del verbale di Cancemi. Dalle dichiarazioni del pentito è passato un mese esatto, mentre alle elezioni politiche mancano solo sette giorni. Boccassini sostiene di essere rimasta “sconcertata e annichilita quando, solo pochi giorni dopo, l’effetto sorpresa su cui molto contavamo venne spazzato via” da quell’articolo. “Rimasi sgomenta – insiste – non solo per il vantaggio che i mafiosi avrebbero acquisito su di noi, ma soprattutto perché – data la delicatezza dei temi trattati – quelle dodici pagine di verbale d’interrogatorio di Cancemi non erano state fotocopiate né consegnate a nessuno, nemmeno alle forze dell’ordine con cui operavo. Gli stessi colleghi di Caltanissetta non ne avevano voluto una copia e l’originale era chiuso nella cassaforte del mio ufficio. Avevo avuto cura di non riportare brani delle dichiarazioni del collaboratore nemmeno nella delega alla polizia giudiziaria per attivare l’azione investigativa. Per farla breve, oltre che nella mia cassaforte, copia di quel verbale era stata trasmessa soltanto alle due procure, Palermo e Firenze, che indagavano sulle stragi”. Eppure, prosegue il magistrato, “dalla lettura dell’articolo di Repubblica appariva chiaro – soprattutto se si conoscevano le dichiarazioni verbalizzate e il contenuto della delega alla polizia giudiziaria – che i giornalisti erano in possesso di entrambi i documenti, o quanto meno li avevano letti. Ma come era stato possibile? Chi aveva aperto una falla nell’assoluta riservatezza di quella delicatissima investigazione?”.

Domande che si sono posti negli anni successivi diversi cronisti e parecchi investigatori. E che Boccassini racconta di avere rivolto più volte allo stesso D’Avanzo, al quale era legata da un rapporto di amicizia. “Anche dopo anni, ho sollecitato Peppe perché mi indicasse la fonte che aveva ispirato e reso possibile la stesura di quel maledetto articolo con il quale aveva vanificato – facendo il suo mestiere, lo so bene – una pista che avrebbe potuto portarci molto lontano. Ma, nonostante la stima e l’amicizia che ci legavano, Peppe ha sempre lasciato cadere il discorso su quell’oscura vicenda, non mi ha mai voluto rivelare alcun dettaglio né indizio”. A un certo punto, però, D’Avanzo decise di raccontare a Boccassini i retroscena di quello scoop. “Proprio pochi giorni prima della sua morte improvvisa (avvenuta il 30 luglio 2011), alla mia ennesima sollecitazione, finalmente mi raccontò cos’era avvenuto diciassette anni prima. Perché si fosse deciso a farlo, sinceramente non lo so, forse oggi lo saprei se la morte non se lo fosse portato via. Ma quella fu l’ultima volta che lo vidi. Eravamo a casa mia, seduti sui divani uno di fronte all’altra. Sul tavolo le mie sigarette, i suoi sigari e il suo bicchiere di whisky con il ghiaccio”.

A questo punto Boccassini riporta quanto sostiene di aver saputo dal giornalista. “In una tiepida notte romana del marzo 1994 – scrive – era squillato il telefono di casa D’Avanzo. Peppe aveva risposto e, con suo grande stupore, aveva sentito dall’altra parte una voce che ben conosceva ma che aveva qualcosa di inusuale. Il tono era basso, grave e anche l’ora della telefonata era insolita. Ma ancora più stupefacente era stata la richiesta ricevuta: ‘Peppe, vieni subito da me. Devo parlarti di una cosa importante’. Impossibile dire di no. D’Avanzo era uscito in fretta da casa, era salito su un taxi e dieci minuti dopo suonava all’appartamento. L’uomo – ricordò Peppe – era scosso, turbato, ‘aveva gli occhi lucidi, che testimoniavano una sorta di disperazione mista a paura che mi ha colto di sorpresa’. D’Avanzo proprio non si aspettava né sapeva spiegarsi una tale agitazione in una persona nota a tutti per l’aplomb, la razionalità, l’estrema freddezza anche nei frangenti più delicati e pericolosi, con una sperimentata capacità di controllare le emozioni: ‘Eppure era lì, proprio davanti a me, con le lacrime agli occhi e delle carte in mano. Ne ho letto velocemente il contenuto e mi sono appuntato qualche frase. Non mi ha lasciato nulla in mano e me ne sono andato subito dopo, senza parole”. Di chi si trattava? Nel libro l’ex magistrata non lo scrive, ma lancia una sorta di messaggio all’ignoto personaggio. “Non c’è dubbio che la persona che si era rivolta a Peppe era consapevole del danno che sarebbe derivato alle indagini dalla pubblicazione del verbale di Cancemi, né ho mai dubitato della genuinità del racconto di D’Avanzo, uomo e professionista non incline all’esagerazione o addirittura all’invenzione. Niente nomi, perché Peppe non c’è più e perché il suo interlocutore mi conosce bene. Forse sarebbe importante per tutti se volesse confrontarsi sui motivi che lo hanno spinto ad agire in quel modo”. Quel nome, però, interessa parecchio alla procura di Firenze. Che ora l’ha scritto direttamente a Ilda Boccassini.

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