Il Tar del Lazio ha dato ragione alla famiglia del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura che a maggio si era vista revocare il programma speciale di protezione dal ministero dell’Interno. La Prima sezione ter del Tribunale amministrativo, infatti, ha accolto il ricorso dell’avvocato Enrico Morcavallo e ha sospeso la delibera, firmata dal sottosegretario della Lega Nicola Molteni, con la quale il Servizio centrale di protezione aveva revocato il programma per Paola Emmolo e i suoi familiari, sette persone tutte incensurate di cui 3 soggetti malati e un minorenne. Una vittoria per il pentito Bonaventura, un tempo esponente di spicco della cosca Vrenna, il più importante clan di ‘ndrangheta di Crotone.

Nei giorni scorsi, infatti, il collaboratore di giustizia ha denunciato la vicenda che rischiava di far finire in mezzo a una strada la sua famiglia. Con il pericolo anche di ritorsioni da parte dei clan. Anche se sono passati 14 anni da quando Bonaventura ha deciso di saltare il fosso, infatti, ancora oggi viene utilizzato dalle varie Direzioni distrettuali antimafia, come quella di Reggio Calabria e Catanzaro, nei processi alla ‘ndrangheta. La storia si stava consumando nelle Marche, dove il giorno di Natale del 2018, in pieno centro a Pesaro, mentre era sotto protezione, è stato ammazzato Marcello Bruzzese di origini calabresi e fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese di Rizziconi.

Nonostante la Procura di Catanzaro e la Dna, guidate da Nicola Gratteri e Federico Cafiero De Raho, ad aprile abbiamo chiesto la proroga del programma di protezione segnalando la sussistenza di “pericoli per l’incolumità” dei suoi familiari “in considerazione dei futuri impegni processuali del Bonaventura”, il sottosegretario Molteni e il Servizio centrale di protezione hanno disposto la revoca perché la moglie del collaboratore, Paola Emmolo, avrebbe “rifiutato – è scritto nel provvedimento del ministero dell’Interno – il trasferimento in altre località”. In un verbale redatto dagli agenti del Nucleo di operativo di protezione che si erano recati per notificarle il trasferimento, però, la donna aveva dichiarato: “Prendo atto della comunicazione, riservandomi di comunicare le mie intenzioni dopo un consulto con i miei familiari”. Semmai un modo per prendere tempo, certamente non un rifiuto ma un semplice rinvio in attesa di confrontarsi con i propri parenti.

I giudici del Tar Francesco Arzillo, Vincenzo Blanda e Raffaello Scarpato lo hanno messo nero su bianco rilevando in sentenza, “che dagli atti depositati in giudizio, non può ricavarsi in modo univoco che la consorte del collaboratore abbia rifiutato il trasferimento per motivi di sicurezza presso una diversa località, in quanto sembra aver assunto piuttosto un atteggiamento interlocutorio con il quale si riservava di comunicare le proprie intenzioni alle autorità preposte dopo essersi consultata con i familiari”. Prima dell’udienza, che si è celebrata lunedì, il sottosegretario della Lega non ha inteso commentare la vicenda. Ilfattoquotidiano.it lo ha contattato ma Molteni si è trincerato dietro “al riserbo per disposizioni di legge”. Oggi il Tar ha depositato la sentenza dando torto al ministero dell’Interno e rinviando al 2022 la trattazione di merito del ricorso.

Dopo un “sommario esame degli atti e delle deduzioni di causa”, nelle motivazioni i giudici amministrativi hanno “tenuto conto di quanto riferito dalla Dna nella nota del 28.4.2021, secondo cui il patrimonio conoscitivo del collaboratore di giustizia (congiunto dei ricorrenti) continua ad essere utilizzato nei procedimenti penali in corso che riguardano pericolose organizzazioni criminali, ‘lasciando immutata l’attualità e la gravità del pericolo a cui i familiari… sono esposti in forza della sua scelta collaborativa’, esprimendo in conclusione parere favorevole alla proroga del programma speciale di protezione in favore dei predetti familiari (parere a sua volta condiviso dalla competente procura della Repubblica)”. Un parere, quello della Procura di Catanzaro e della Direzione nazionale antimafia, che il Servizio centrale di protezione aveva richiesto ma che non ha considerato.

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