Non ero ancora nato il 19 luglio del 1992. In quell’anno stavo per raggiungere il traguardo della maturità, almeno così dicevano la mia carta d’identità e forse qualche mio professore. Di quel 1992 ricordo poche cose: l’inizio dell’era di “Tangentopoli”; i volti di Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro; Saverio Borrelli e Ilda Boccassini. Ascoltavamo gli 883 con “Hanno ucciso l’uomo ragno” mentre al telegiornale trasmettevano la cronaca di una città, non troppo lontana da casa nostra, assediata: Sarajevo.

Della Sicilia mi avevano parlato senza mai nominare la parola “mafia” e nemmeno “antimafia”. L’importante era sapere che era stata dominata dai greci, dai normanni, dagli spagnoli, dagli arabi. Nulla di più. Sul libro di storia non una parola su Peppino Impastato, su Carlo Alberto dalla Chiesa.

La vita di noi ragazzi della Pianura Padana, avvolti dalla soporifera nebbia, era anestetizzata. Le strade dei nostri paesi erano intitolate ad Alcide de Gasperi e Aldo Moro dove governava la Democrazia Cristiana e ad Antonio Gramsci e Enrico Berlinguer dove regnavano i comunisti. La mia vita è iniziata il 19 luglio.
Non conoscevo Paolo Borsellino. Non sapevo nemmeno che faccia avesse. Non immaginavo che mentre scorrazzavo in motorino qualcuno a 1200 chilometri di distanza da casa mia potesse ammazzare degli uomini e una donna.

Quel giorno avvenne il taglio ombelicale. Quello vero, non quello materno. Non ci fu il tempo di capire, di comprendere cosa stesse accadendo. Improvvisamente mi ritrovai a vivere in un Paese che non mi apparteneva. Perché il mantra degli 883 fu interrotto dalle sirene? Cosa stava accadendo a Palermo dove mai avrei immaginato di metter piede? Perché avevano ammazzato quel magistrato, Paolo Borsellino, e gli agenti della sua scorta?

Quegli interrogativi mi svezzarono. Il mio primo vagito di uomo arrivò proprio in quei giorni. Imparai presto a camminare da solo e ad accompagnarmi in questa nuova vita fu una mamma che mi accolse in casa sua raccontandomi di Paolo, suo fratello. Mi accorgevo sempre più che mi trovavo di fronte alla mia vera nascita, quella da cittadino, da uomo che non può restare indifferente di fronte alla storia. Ora dovevo cominciare a camminare con le mie gambe, tirarmi in piedi, imparare un nuovo linguaggio. La mia vita era cominciata quel 19 luglio. Prima di allora ero solo uno dei tanti, uno qualunque, un indifferente, uno di quelli che pensava “tanto si ammazzano tra di loro”. Il 19 luglio è stato il mio battesimo: sono entrato a far parte della comunità civile, dell’Italia, del Paese che ora mi chiedeva di non restare muto.

Ogni 19 luglio è come se festeggiassi un compleanno, il mio da cittadino, da uomo, da maestro, da giornalista, da testimone. È una data che mi appartiene, che è entrata a far parte della mia storia insieme ai nomi e ai volti di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Strage di via d’Amelio, Mattarella: “Borsellino esempio di sacrificio e coraggio”. Fico: “Dovere della memoria non può essere fine a se stesso”

next
Articolo Successivo

Via d’Amelio, c’è un modo per onorare Borsellino e le altre vittime: capire se la mafia fa ancora parte dello Stato

next