Roberto Gaiola, venticinquenne di Vicenza, aveva iniziato a lavorare a undici anni e, nel tempo libero, leggeva libri di sociologia. Voleva capire i cambiamenti degli anni Settanta, ma per qualche anno si perse nelle spire della tossicodipenenza. Quando decise di smettere, era il 1977 e lo presero in cura all’ospedale Maggiore di Bologna, dove si recava un paio di volte a settimana. Per questo il 2 agosto 1980 era dalla stazione, pronto a salire sul treno che l’avrebbe riportato a casa. Pio Carmine Remolino, trentun anni, viaggiava da solo. Era nato a Bella, in provincia di Potenza, e per due anni visse in Germania, da cui rientrò per il servizio militare. Poi, nel 1976, era andato a vivere a Ravenna arrangiandosi con lavori saltuari come muratore o cameriere. Era un solitario e la sua famiglia non sapeva dove fosse. Perciò, quando due giorni dopo l’esplosione giunse a Baragiano una telefonata, per tutti fu un fulmine a ciel sereno. Mirco Castellaro, trentatré anni, era un padre di famiglia. Era nato a Pinerolo, in provincia di Torino, e lavorava per la Vortex Hydra di Fossalta di Copparo, nel ferrarese. Stimato da colleghi e superiori, aveva iniziato una carriera che l’aveva già portato ad assumere il ruolo di capoufficio. Nel frattempo si era sposato con Luciana e aveva un bambino di sei anni. Figli piccoli – quattro in questo caso – e una moglie aveva un altro trentatreenne, Nazzareno Basso, che da Ferrara si era trasferito a Milazzo, dove lavorava come insegnante. Cinquanta minuti prima della strage aveva telefonato ai suoceri, a Caltana, nel veneziano, dove c’era la sua famiglia. «Sto arrivando», disse alla moglie Ines.

Paolino Bianchi aveva trascorso i quarantanove anni della sua vita impegnandosi fino in fondo in due attività: il lavoro, prima nei campi e poi come muratore, e la cura dell’anziana madre. Ogni anno si concedeva un’unica evasione: qualche giorno ad Arco di Trento, sul Garda. Il 2 agosto 1980 era uscito di prima mattina dalla sua casa di Castello di Vigarano Mainarda, in provincia di Ferrara, ed era a Bologna in attesa della coincidenza. Paolino aveva l’abitudine di chiamare all’arrivo, ma quella sera il telefono non squillò. Viveva da tanto tempo a Bologna, anche se pure lui aveva origini ferraresi. Era di Santa Maria Codifiume la più anziana delle vittime. Si chiamava Antonio Montanari, aveva ottantasei anni e ogni volta che poteva tornava nei luoghi da cui proveniva e in cui abitavano ancora i suoi fratelli. La mattina del 2 agosto era andato all’autostazione per prendere nota degli orari e poi si era messo vicino al portico di fronte alla stazione, in attesa del bus. Antonio fu scaraventato a terra e rimase ferito, soprattutto alle gambe. Era ancora vivo quando fu visto da un conoscente, Giorgio Testa, che lo soccorse portandolo all’ospedale. Dove, nonostante le cure, non sopravvisse. Ferrarese era anche Vincenzo Petteni, trentaquattro anni. Un paio d’anni prima, aveva parlato con la moglie Katia di cambiare lavoro. Faceva il direttore in un hotel, ma voleva mettersi in proprio. Così era diventato un commerciante di capi d’abbigliamento. La fatalità, per lui, coincise con la decisione di concedersi una breve vacanza in Tunisia con un amico. Gli aerei, però, prenotati da tempo, erano pieni e allora i due pensarono di usare il treno per iniziare a spostarsi. Trasportato al policlinico Sant’Orsola Malpighi, sopravvisse per quattordici giorni. Poi, però, sopraggiunsero complicazioni e un’infezione polmonare. Così, anche per lui, non ci fu nulla da fare.

FOTO DAL SITO DELL’ASSOCIAZIONE 2 AGOSTO

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Il 2 agosto 1980 la strage di Bologna, esseri umani non numeri. Chi erano tutte le vittime della bomba alla stazione: 85 morti e 200 feriti

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Bologna, a 40 anni dalla strage “la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari

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