Pier Francesco Laurenti, quarantaquattro anni, aveva appena chiuso una telefonata quando tutto gli crollò addosso. Arrivava da Rimini, dove aveva trascorso quindici giorni di ferie, ed era diretto a Parma, dove avrebbe passato il resto della giornata con alcuni amici per spostarsi ancora di qualche chilometro il giorno dopo. Era infatti atteso a Berceto, dove la madre e la zia erano indaffarate nei preparativi per la festa del patrono. Durante l’anno, Pier Francesco era sempre al volante per impegni di lavoro. Laureato in Giurisprudenza, era impiegato in una compagnia di assicurazioni di Padova e i chilometri che macinava non li contava neanche più. Così, per quella vacanza, aveva scelto il treno. Roberto Procelli, ventun anni, invece stava tornando a casa, a San Leo di Anghiari, una quarantina di chilometri da Arezzo. Al momento della deflagrazione, si stava avvicinando a una cabina telefonica per avvertire il padre del suo arrivo. Fu il primo a essere identificato perché al collo portava la piastrina militare che gli era stata assegnata quando il 13 maggio 1980 aveva iniziato il servizio di leva, che svolgeva a Bologna presso il 121° battaglione di artiglieria leggera. Un’altra delle vittime si chiamava Maria Angela Marangon, ventidue anni. Era nata il 30 marzo 1958 a Rosolina, in provincia di Rovigo e lavorava a Bologna come baby sitter. Quel giorno era in attesa di un treno che l’avrebbe riportata a casa per le vacanze.

Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano, arrivava dalla Gran Bretagna dov’era andato a cercare un lavoro. Qualche giorno prima di morire aveva scritto sul suo diario di viaggio: «Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte». Ma poi era stato respinto perché male in arnese. Deluso, era ripartito per l’Italia e a Roma la sua famiglia non immaginò che Mauro potesse essere in mezzo ai corpi estratti dalle macerie. Poi il 10 agosto giunse una telefonata che informava i parenti che la carta d’identità di Mauro Di Vittorio era stata ritrovata tra i calcinacci. Anche Sergio Secci, come Mauro, aveva ventiquattro anni e doveva andare a Bolzano, dove lo attendeva la compagnia Teatro di Ventura. Originario di Terni, era partito da Forte dei Marmi ed era il figlio di Torquato, l’uomo che dal 1981 e per i successivi quindici anni, fino alla sua morte, sarebbe stato il primo presidente dell’associazione delle vittime. Sergio si era laureato a Bologna al dams con una tesi sull’esperienza del Bread and Puppet Theater andando fin negli Stati Uniti per raccogliere la documentazione che gli serviva. L’esplosione non lo uccise sul colpo, ma lo dilaniò al punto che all’ospedale Maggiore, per chiedergli come si chiamava, gli fecero vedere tanti foglietti quante sono le lettere dell’alfabeto. Quando davanti agli occhi arrivava quella giusta, lui muoveva la testa. In quel modo i soccorritori ottennero indirizzo e numero di telefono dei genitori.

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Il 2 agosto 1980 la strage di Bologna, esseri umani non numeri. Chi erano tutte le vittime della bomba alla stazione: 85 morti e 200 feriti

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Bologna, a 40 anni dalla strage “la luce in fondo al tunnel della verità. Dopo i mandanti ed esecutori bisognerà individuare gli ispiratori politici”. L’inchiesta sui mandanti massoni della P2 apre nuovi scenari

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