Ho capito perché Falcone e Borsellino sono diventati i miei fari
di Chiara Piana
Come ogni anno, arriva puntuale il 23 maggio, una data storica per il nostro Paese e che, purtroppo, nelle scuole spesso non viene celebrata a dovere, carenza che avevo già lamentato in un articolo di qualche anno fa.
A ogni anniversario la voglia di esprimermi su questo argomento è forte, perché è diventato per me una passione, ma il rischio di ripetersi o di scadere in facile retorica è alto. Per cambiare prospettiva e rinfrescarmi le idee, mi sono chiesta, allora, che cosa avesse reso le figure di Falcone, Borsellino, Chinnici, Giuliano (e altri) così interessanti e così importanti per me, a tal punto da macinare libri e interviste o podcast su di loro. Al di là delle ragioni nobili che si potrebbero addurre e che condivido, ho capito che il senso ultimo di questo mio trasporto è contenuto in una frase dell’ex Luogotenente Saverio Santoniccolo nel suo libro Cronache dal fronte invisibile: “L’uniforme non è solo un simbolo, è una promessa fatta a chi non ha voce, a chi ha perso fiducia e chi aspetta che qualcuno dica: ‘Io ci sono’”.
Ho capito che queste parole erano il senso di tutto mentre osservavo il piazzale davanti casa, nel quale da qualche mese un nuovo arrivato ha deciso di poter parcheggiare il proprio tir (motrice e rimorchio), mollandolo davanti alle altre vetture posteggiate, ostacolandone eventuali manovre. Il tutto nella totale indifferenza delle istituzioni, che nulla hanno fatto di fronte a questo ennesimo tassello di una generale condotta sempre più sprezzante delle regole. Anche il reclamo che avevamo inoltrato, insieme ad altri, per far sì che questo episodio non si ripetesse, è caduto nel vuoto. Come sovente cadono nel vuoto le promesse dei politici e gli impegni assunti dalle istituzioni, tanto da far percepire alla gente comune un senso di profondo abbandono.
È naturale concludere, dunque, che persone come Falcone e Borsellino siano diventate i miei fari perché erano la voce di chi vive rispettando le regole e credendo nella legalità, nello Stato, nell’idea che certi princìpi elementari siano essenziali per una convivenza civile con gli altri e con l’ambiente. Questo comportamento in Italia viene spesso dileggiato, sia nella condotta di chi rappresenta le istituzioni sia in una certa mentalità che predilige il beneficio individuale, il tornaconto, la furbizia; il tutto condito, negli ultimi decenni, da una sempre maggiore arroganza da parte di chi, sentendosi scaltro e “uomo di mondo”, vìola le regole e le consuetudini senza curarsi dell’impatto delle proprie azioni.
Gli uomini uccisi dalla mafia erano, invece, l’esatto opposto di tutto ciò: erano la voce potente di chi non ha potere; di chi cerca di vivere onestamente e non vuole sentirsi stupido; di chi è stato educato alle regole, alla giustizia, alla trasparenza, al rispetto, alla capacità di autolimitarsi per non danneggiare gli altri; di chi crede nel valore fondamentale della conoscenza anche come argine per contenere e indebolire la criminalità organizzata. Quegli uomini mi hanno segnata non solo per il loro senso istituzionale, ma perché erano persone per bene, che lottavano per un mondo che fosse a misura dei cittadini semplici e onesti. In sintesi, erano presenze certe al nostro fianco, come il Luogotenente Santoniccolo, e davvero intenzionate a cambiare la realtà a beneficio di tutti.
Non erano eroi, ma erano eroiche le loro idee: quelle stesse idee che tanti oggi fanno camminare sulle proprie gambe, senza la pretesa di potersi paragonare a chi per la collettività ha sacrificato persino la vita.