In che momento si è fottuta la Sicilia? O forse è sempre stata fottuta, perché continua costantemente a fottersi con le sue mani? Come un segnalibro, una domanda che sembra retorica guida il lettore che ha avuto la fortuna di prendere in mano l’ultimo libro di Zolfo, la casa editrice di Lillo Garlisi, già fondatore – tra le altre cose – di Melampo editore. Il saggio è di Piero Melati, per anni vice caporedattore del Venerdì di Repubblica, e si chiama La notte della Civetta, come il più famoso successo di Leonardo Sciascia ma al contrario: quello si intitolava Il giorno della civetta e alla fine vinceva don Mariano Arena, il mafioso del paese, reso immortale dalla famosa battuta su uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà. Era uscito nel 1961 e da allora in tanti hanno cercato di cambiare quell’epilogo con la mafia vincente sempre e comunque. Nel 1967, a Partinico, il regista Damiano Damiani è impegnato a girarne la versione cinematografica, quando viene fermato da un ragazzino che in pratica gli chiede di cambiarlo quel finale. Quel ragazzino era Ninni Cassarà, futuro commissario di Polizia, poi fidato collaboratore di Giovanni Falcone, quindi trucidato da Cosa nostra in un agguato da guerra civile. Civile? Neanche per sogno: fu un’eliminazione militare.

Il saggio porta il lettore nel bel bezzo di una settimana nera, quella a cavallo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1985. Più di una settimana: furono dieci giorni terribili di fuoco per Palermo, per la Sicilia e per l’Italia intera. A leggerli oggi quei fatti sembrano il copione di un film americano, troppo ben scritto e troppo iperbolico per essere vero. E invece è talmente vero che scrivendone è inevitabile perderne qualche pezzo. Domenica 28 luglio ammazzano Beppe Montana, pure lui come Cassarà commissario di polizia. Pure lui come Cassarà sbirro tutto d’un pezzo. Pure lui come Cassarà con un pallino in testa: cercare, trovare e arrestare i latitanti di Cosa nostra. Lo trovano prima loro. Lo ammazzano a colpi di 357 magnum mentre è a Porticello, dove ha ormeggiato il suo piccolo motoscafo. Montana è con la fidanzata: lo colpiscono inerme, indifeso, mentre vive uno dei pochi attimi di vita privata che si poteva permettere. La questura di Palermo – cioè i suoi colleghi – vanno fuori di testa. Prendono un tale, Salvatore Marino si chiama, pescatore di ricci e calciatore dilettante, che pare fosse nei paraggi al momento dell’agguato mortale. Lui nega tutto. Loro gli trovano a casa un borsone con 34 milioni di lire in contanti e una maglietta sporca di sangue. Marino viene interrogato, minacciato, pestato. Gli chiedono di parlare e nel frattempo lo obbligano a bere acqua e sale. O parla o acqua e sale. Non parla e alla fine muore. Scoppia un casino.

Al funerale gli amici di Marino gridano: “Poliziotti assassini“. Anzi, probabilmente avranno gridato “sbirri assassini“. A Palermo scende Marco Pannella, ma pure il ministro dell’Interno, Oscar Luigi Scalfaro, che rimuove i capi delle forze dell’ordine cittadine. Tutto finito? Neanche per idea. La settimana finisce e ricomincia: lunedì 5 agosto i vertici della Mobile vengono decapitati dal Viminale. Martedì 6 agosto tocca a Cassarà. Lo fottono nell’atrio di casa sua, dove era tornato per mangiare un boccone all’ora di pranzo: c’era un sole che toglieva il fiato, ma la pioggia di kalashnikov deve aver proiettato nuvole in tutto il quartiere. Erano capimafia o mercenari professionisti? Nella Palermo degli anni ’80 chi gliel’aveva insegnato ai mafiosi a sparare con gli Ak-47? Cassarà muore, pure lui, sotto gli occhi della compagna che vede tutto dal balcone. Ai giornalisti in un certo senso vicini all’antimafia – definizione che all’epoca era tutt’altro che gonfia di premi e onori – la notizia la danno direttamente i mafiosi: “Uno a uno“, dicono come fosse una partita di calcio. Salvatore Marino era l’uno a zero per la polizia. Cassarà, fu pareggio. Per qualche motivo i mafiosi non conteggiavano Montana.

Qualcuno comincia a notare qualche dettaglio. Li hanno colpiti entrambi in un momento di privacy. Vita privata che però in quelle settimane infernali era tutt’altro che una consuetudine quotidiana. Ma non è che in questura c’è una talpa? Certo che c’é, ma non era certamente Natale Mondo, l’altro sbirro che i calunniatori provarono subito a incastrare e che poi sarà assassinato a sua volta. Chi era dunque l’infame? Ovviamente ancora oggi nessun nome. È uno dei tanti interrogativi irrisolti delle storie di mafia. O meglio: delle storie di mafia che maturano nei pressi dell’antimafia, o presunta tale. Sono rimaste quasi tutti lì quelle domande, sedimentate dal tempo e mai risolte. Melati le ripesca una a una, quasi avesse in casa un infinito archivio degli interrogativi dimenticati. Cronista in prima linea in quella Sicilia anni ’80, a un certo punto l’autore del libro è uscito dagli stanzoni dello storico giornale L’Ora per andare a lavorare a Roma. Senza, però, evidentemente perdere di vista neanche per un istante la sua isola. In questo modo si salva da quella fase di rimozione collettiva, che ha portato all’occultamento di fatti fondamentali. Uno di questi scatta subito dopo la morte di Cassarà ed è la tregua siglata dallo Stato con la mafia poco prima del Maxiprocesso. Scherziamo? Non scherziamo. C’è stata una pax garantita dai clan per consentire allo Stato di celebrare il Maxiprocesso. Una trattativa prima della Trattativa, ma figuriamoci se qualcuno ha mai avuto voglia d’indagarci sopra. Tanto il Maxi doveva finire male, lo sapevano tutti. Non solo i mafiosi, ma pure i politici e gli alti magistrati, quelli che ogni giorno trovavano il modo di parlare male di “questo Falcone” e di “quel Borsellino”, del pool di Palermo che si era inventato il “mostro giuridico“. Sono gli stessi che anni dopo saranno in prima fila per ricordare “Giovanni e Paolo“, un pugno di amici chiamati confidenzialmente per nome, ma solo da morti.

È anche per questo se sono stati rimossi fatti fondamentali dalla storia di Sicilia e quindi dell’Italia. Questa non è la storia di un’isola, è l’inconscio del Paese. Non è il passato, è il presente: la crisi economica provocata dall’epidemia di coronavirus è tutta un’allerta sulle mafie pronte a iniettare liquidità infiltrando le imprese sane. E da dove vengono quei soldi? Sempre dallo stesso posto: dalla droga. C’è anche questo nel libro di Melati. C’è la storia della droga ma soprattutto la storia dei morti per droga, vittime collaterali di mafia. Oggi quasi nessuno se lo ricorda ma il narcotraffico su scala planetaria non è un’invenzione dei colombiani di Pablo Escobar o del cartello dei messicani di Guadajara. Nossignore: i primi narcos della storia sono gli uomini di Cosa nostra. Sono gli anni ’70 e quella inventata dalla piovra (prima che fosse la Piovra, con la maiuscola della serie tv) è una nuova forma di “totalitarismo”. Melati dice proprio così: come si può chiamare altrimenti la diffusione capillare dell’eroina, visto che provocò un olocausto? Una strage silenziosa e taciuta perché più imbarazzante di cento omicidi e mille concorsi esterni: La notte della Civetta racconta di come a Palermo esistano famiglie in cui il padre ha contribuito alla produzione di droga, mentre il figlio è morto per overdose. Ecco perché questa storia è stata rimossa: perché è una storia di genitori che hanno collaborato all’assassinio dei figli. Dicono che Cosa nostra abbia ucciso circa cinquemila persone in 150 anni. Ma quanti sono stati i morti per droga solo negli anni ’70 e ’80? Non si sa, nessuno ne ha raccolto i nomi e i numeri. E quanti soldi ci ha fatto la mafia con l’eroina, la cocaina, la morfina base trattata e spedita in America? Anche qui: impossibile dirlo. Secondo una stima approssimativa di alcuni anni fa per ogni mille lire investite nel business della roba le famiglie guadagnavano centrocinquanta milioni di lire. È mai possibile che quei soldi siano stati tutti confiscati? Ma neanche per idea. Tornano fuori ciclicamente, ieri per salvare quella partecipata dello Stato, oggi quell’asset strategico, quella catena di supermercati, alberghi o ristoranti.

Ecco perchè le storie di Melati sono eretiche. Sono state rimosse nonostante siano storie cruciali per capire il presente del Paese. Anzi, forse, soprattutto per questo. E poi perché rovinavano il copione perfetto degli indiani contro i cow boy, la mafia contro lo Stato, con quest’ultimo che alla fine vince sempre grazie ai suoi eroi senza macchia e senza paura. Ma gli eroi senza paura non sono di questo mondo. Un esempio? Sciascia e Falcone. Due volti che ormai tutti siamo abituati a immaginare come “santini“, figure iconiche di un mondo dei giusti. Ma li immaginiamo autonomi, separati, come se fossero esistiti in universi distinti. Personaggi storici di epoche diverse. E invece furono contemporanei. Non ce lo ricordiamo perché altrimenti dovremmo ricordarci anche che non erano amici. Peggio: Sciascia e Falcone entrarono in contrasto. Melati racconta quello che fu forse il loro primo e unico incontro privato: non si capirono. O probabilmente non si piacquero. Tutto questo sfocerà anni dopo ne i Professionisti dell’Antimafia e le polemiche dello scrittore con Borsellino. Un’altra pagina mai veramente approfondita e tirata fuori solo e sempre in modo strumentale.

Questo perché la narrazione di sistema non prevede che i giusti, i “santini“, possano non piacersi tra loro: altrimenti che santini sono? Sotto questo punto di vista il lavoro di Melati è fondamentale. Riconcilia la minoranza pensante con la reale portata di fenomeni complessi come sono la mafia, l’antimafia, la Sicilia, l’Italia intera. Evita di farci passare un altro mese maggio col senso di rigurcito, provocato da una dose di retorica che ha ormai abbondantemente superato i livelli massimi consentiti. E che in certi casi è stata il carburante per fulminanti carriere all’ombra di un’antimafia di plastica. Leggere Melati ci ricorda che una gigantesca rimozione collettiva è stata operata per malafede e convenienza. O in certi casi per la semplice comodità di una narrazione semplice e più comprensibile: solo che è a tratti completamente falsa. Ma i fatti, come diceva Pietro Nenni, sono testardi. L’autore della Notte della civetta non deve essere da meno.

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