I “Ti Mangiu” controllano un pezzo di città. Tra il torrente Sant’Agata e il torrente Calopinace, la cosca Labate decide tutto: dalle ditte che devono pagare il pizzo ai negozi che possono avviare l’attività a Gebbione, il quartiere controllato dalla storica famiglia mafiosa di Reggio Calabria.

È scattata stamattina all’alba l’operazione “Helianthus” della Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri. La squadra mobile ha eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare: 12 indagati sono in carcere e, tra questi, boss, luogotenenti e affiliati alla cosca Labate accusati di associazione mafiosa e diverse estorsioni. Altri due indagati, invece, sono finiti agli arresti domiciliari. Tra i destinatari dell’ordinanza di arresto c’è anche il boss Pietro Labate che era già detenuto. Oggi, invece, è finito in carcere suo fratello, Nino Labate, reggente della cosca quando il boss era latitante, e anche il cognato Rocco Cassone.

Un’operazione che è stata possibile anche grazie alla collaborazione di alcuni affermati imprenditori reggini del settore edile e immobiliare che hanno denunciato di essere vittime di ripetute estorsioni consistenti nel pagamento di somme di denaro, fino a 200mila euro, a esponenti di rilievo e luogotenenti del clan Labate o nell’imposizione dell’acquisto di prodotti dell’edilizia in attività commerciali nella disponibilità del clan. Le indagini sono state condotte sulla base di intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, grazie alle quali è stato possibile focalizzare le vicende criminali che hanno portato al potenziamento della cosca.

Nella città dello Stretto, il quartiere Gebbione si conferma la “Repubblica di San Marino” della cosca conosciuta con il soprannome “Ti Mangiu”: arresti e perquisizioni sono stati eseguiti non solo a Reggio Calabria ma anche a Roma e Cosenza.

L’inchiesta della Dda, che ha consentito di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali del clan Labate, ha portato anche al sequestro di beni per circa un milione di euro. I sigilli sono stati applicati ad alcune aziende, nella disponibilità degli appartenenti alla cosca, operanti nel settore alimentare e della distribuzione di carburanti.

L’inchiesta “Helianthus” ha dimostrato come i Labate fossero inseriti anche in altri settori illeciti come quello delle scommesse online, delle slot machine e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli. Un dato già emerso in precedenti indagini giudiziarie così come il “core business” dei “Ti Mangiu”: il sistematico ricorso ad attività estorsive nei confronti di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, specialmente di quelli impegnati nell’esecuzione di appalti nel settore dell’edilizia privata nell’area sotto il dominio della consorteria mafiosa.

Estorsioni per alcune centinaia di migliaia di euro, ma anche l’imposizione con la forza ad alcuni titolari di imprese costretti ad acquistare i prodotti dell’edilizia presso le aziende legate al clan. A un commerciante è stato impedito di aprire una pescheria perché dava fastidio al titolare di un’altra pescheria, affiliato alla cosca.

Le indagini dell’inchiesta “Helianthus” sono collegate all’arresto del boss Pietro Labate, in carcere dal 2013 dopo due anni latitanza trascorsa nel suo “feudo” Gebbione, dove si muoveva liberamente a bordo di uno scooter. All’epoca, nel covo del boss, che si trovava in un luogo non distante da dove era stato fermato, la squadra mobile trovò alcune agende sulle quali capo aveva annotato nomi di persone, importi e denominazioni di ditte. Era il libro mastro della cosca Labate. Leggendo quelle pagine, la Dda ha ricostruito la rete attraverso cui la famiglia di ‘ndrangheta continuava a gestire i suoi affari.

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