Felpa rosa, capelli sciolti, in piedi su uno scoglio lambito dal mare. Così appare la giovane attivista svedese Greta Thunberg sulla copertina del magazine statunitense Time, che ieri, 11 dicembre, l’ha scelta – la più giovane di sempre – come persona più influente dell’anno, cioè del 2019. Attenzione, non migliore o peggiore, ma più influente: più capace, in altre parole, di esercitare potere, di cambiare la mente e il comportamento delle persone.

Ammetto che quando ho sentito la notizia (favoriti erano, tra gli altri, i ragazzi di Hong Kong e Nancy Pelosi, oltre allo stesso Donald Trump, già in copertina nel 2016) ho provato la consueta commozione che avverto quando a questa ragazza, che in soli 16 mesi ha rivoluzionato il nostro modo di guardare al cambiamento climatico, viene assegnato un importante riconoscimento. Ragion per cui ero rimasta parzialmente delusa quando non le fu riconosciuto il Nobel per la pace, visto il legame diretto che esiste tra cambiamento climatico e conflitti, ovvero tra contrasto del riscaldamento globale e pace.

E, tuttavia, scrissi appunto in quell’occasione che quel mancato Nobel forse, almeno, sottraeva Greta al solito tiro al bersaglio di quelli che non vedono l’occasione di attaccarla pur di non parlare della minaccia alla nostra sopravvivenza del cambiamento climatico: e non sto parlando degli “odiatori” – magari fossero solo quelli – ma di tantissima gente normale, sui social network e persino sugli stessi giornali.

Anzi, soprattutto su questi ultimi, visto che se il nostro dibattito politico sul clima versa in condizioni drammatiche – tra la destra indifferente e negazionista, il Movimento 5Stelle, il cui passato ecologista è un lontano ricordo, e un Pd che inneggia a Greta salvo fare poco o nulla – fa peggio quello giornalistico. Con firme ancora importanti che negano o sono indifferenti al cambiamento climatico e prime pagine riservate sempre e solo alla politica italiana. Che oggi, a fronte dell’urgenza di una politica globale rispetto al clima, conta ancora meno di ieri.

Non è un caso che anche in questa occasione i ritratti della stampa italiana dell’attivista svedese siano poveri e imbarazzanti rispetto allo stesso reportage del Time. Greta, la ragazzina fragile; Greta troppo aggressiva, ma ora per fortuna si è calmata; Greta che finalmente fa parlare anche gli altri. È incredibile come non si arrivi a capire – ma forse chi scrive di lei neanche l’ascolta parlare, o forse non sa neanche l’inglese – come le parole di Greta non siano mai, mai state cariche di aggressività nel senso negativo del termine.

Sono parole disperate, frustrate, piene di rabbia, rabbia vera, rabbia inevitabile. Quella non solo sua – e lei non si stanca di ripeterlo, è una semplice portavoce di milioni di ragazzi – ma di un’intera generazione che sta realizzando, con dolore e sgomento, che è possibile che non avrà il diritto di morire di morte naturale. Pensateci bene: non avrà, forse, il diritto di morire di morte naturale. Come altro dovrebbe esprimersi?

Ma lo stile comunicativo di Greta, naturale, diretto, brutale, non frutto di artificio – è assurdo pensare che tutto sia conseguenza di poteri forti che le stanno dietro, di macchinazioni di chissà quali manovratori: tutto falso, e ridicolo, infatti smentito – è importante anche per un altro motivo. Purtroppo di discorsi concilianti, inneggianti alla speranza, a un futuro green pieno di tecnologia meravigliosa e di eco-città ne abbiamo sentiti ormai a bizzeffe. Sono discorsi paradossalmente quasi più pericolosi di quelli di chi, come la destra becera, non sa nulla di clima e va dietro a patetici negazionisti.

Infatti, spingono la gente a pensare che molto si stia facendo e che dunque, tutto sommato, possiamo stare tranquilli. Non è così. Greta non solo invita a seguire la scienza, ma la scienza la ascolta lei stessa. Tanto che ha dichiarato più volte che per i suoi discorsi, che scrive da sola, chiede spesso agli scienziati i dati esatti e anche come riportarli, per evitare di essere fraintesa. E i dati parlano chiaro: nonostante tutti i discorsi, le emissioni di gas serra salgono e raggiungono record mai raggiunti. E allora, gli appelli all’ottimismo sono solo promesse ingannevoli. Come recita una sua celebre frase: “Finché continuerete a fare non ciò che è necessario, ma quello che è politicamente possibile, non ci sarà speranza”.

Il cambiamento climatico è un fenomeno drammatico, ma anche difficile da trattare e da comunicare: è complesso, ostico. E una delle cose più difficili è passare dall’ansia, dalla dichiarazione di emergenza ai fatti, alle azioni concrete che possano invertire la tendenza. Mentre si sono fatti passi in avanti nella discussione, siamo tragicamente indietro sul fronte dell’azione.

E per questo, credo, Greta è stata eletta persona dell’anno. Perché nessuna come lei ha avuto la capacità di tradurre la denuncia di un’emergenza in azione. Nel suo caso, ovviamente, non si tratta di leggi anti emissioni o politiche verdi, ma della immensa, incredibile mobilitazione che ha saputo suscitare. Una mobilitazione globale, che ha coinvolto praticamente tutti gli Stati del mondo, dai più grandi e sviluppati ai più remoti. Il penultimo sciopero per il clima, il 27 settembre scorso, ha portato nelle piazze milioni di ragazzi in tutto il mondo: statunitensi come indiani, italiani come tedeschi, filippini come australiani. Una massa critica di persone che seppure ancora non votante – almeno una parte – è stata l’unica ad aver cominciato a mettere pressione ai nostri politici.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire su questa ragazzina che a gennaio compirà 17 anni e che pure sembra più piccola, di età e di statura. Il mio timore, come quello di tanti che la stanno seguendo e apprezzando dal profondo, era che non reggesse l’immensa attenzione mediatica, la pressione enorme che le viene messa da ogni parte.

Già è difficile rispondere a tutti gli inviti e sostenere l’emozione del riconoscimento, ma posso immaginarmi quanto deve essere difficile sapere che hai contro il disprezzo degli uomini più potenti della terra: Trump, Putin e Bolsonaro, che proprio il 10 dicembre l’ha definita una “mocciosa“.

Stiamo parlando di leader politici che hanno mostrato un volto orrendo e disumano su più fronti, che stanno rendendo il mondo peggiore e che forse saranno la causa della nostra (e della loro) fine. Greta ha retto, anzi sta andando dritta per la sua strada, senza sbagliare un colpo, attenta ai dettagli, coraggiosa nella sua semplice e tenace linearità. Greta ha attraversato l’oceano andata e ritorno, di inverno, su un catamarano: provate a farlo voi (prima di parlare). Greta si sposta in treno in tutta Europa, facendo viaggi lunghi e faticosi e senza potersi permettere nessun errore.

Per questo, vederla apparire ovunque con il suo cartello bianco con la scritta “Sciopero per il clima” in svedese, quello che espose per prima di fronte al parlamento nell’agosto del 2018, resta per me un continuo motivo di commozione.

E non si tratta di essere patetici, poco razionali, poco professionali. Anche noi giornalisti, per la prima volta, ci troviamo a scrivere di temi che riguardano da vicino la nostra stessa sussistenza e quella di coloro a cui più teniamo, i nostri figli. E se penso proprio a loro, alla vigilia di un anno, il 2020, cruciale per il clima, tra Cop26 di Glasgow e elezioni americane, sento e capisco che più di tutti a proteggerli non è stato nessuno dei nostri politici. È stata lei, Greta Thunberg. Per questo non posso che dirle, ancora, grazie. E riconoscere che il Time ha mille volte ragione nell’averla definita la persona più importante dell’anno che si è appena chiuso.

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