Premessa: le fasi principali del ciclo dei rifiuti sono tre: raccolta, trattamento e smaltimento. La prima spetta ai Comuni, la seconda alle società autorizzate dal piano rifiuti della Regione Lazio (da realizzare in una mappa di ‘aree bianche‘ indicate dalle province o città metropolitane). Fra la fase 1 e 2 – raccolta e trattamento – può essercene una  intermedia: il “trasbordo” (fase 2 e mezzo), dove i rifiuti aspettano se gli impianti di trattamento sono pieni. Avendo presente questo banale (ma fondamentale) schema, è possibile andare ad analizzare la situazione romana. Con la chiusura di Malagrotta, è venuto a mancare l’ultimo passaggio: lo smaltimento. Discariche e inceneritori già presenti nel resto del Lazio erano troppo piccoli e impossibilitati a coprire le 4.700 tonnellate al giorno di immondizia prodotte dai romani. Sarebbe servito, da parte della Regione Lazio, un aggiornamento immediato del piano rifiuto 2012 firmato dall’ex governatrice Renata Polverini, che però è ancora oggi l’ultimo documento valido in vigore. Gli atti prodotti dalla Pisana negli ultimi sei anni, infatti, sono solo degli aggiornamenti che prevedono la redistribuzione dei quantitativi su previsioni (ottimistiche) di miglioramenti della raccolta differenziata. Così sono arrivati gli accordi con le altre regioni e con i siti esteri. Abruzzo, Veneto, Puglia, Emilia Romagna, Lombardia e perfino Austria, Germania e Portogallo hanno via via smaltito a caro prezzo gli scarti prodotti dai tmb capitolini. Una stangata da 50 milioni l’anno circa che ha portato i romani a pagare la tassa sui rifiuti più alta d’Italia.

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