Netanyahu alla conquista del Libano: soldati a 60 km da Beirut. Così Israele fa saltare i colloqui di pace nel silenzio dell’Occidente
Non c’è tregua nella testa di Benjamin Netanyahu, non c’è timore nel suo cuore di far naufragare i colloqui di pace. Tutt’altro: per il primo ministro israeliano i negoziati sono solo un fastidioso intralcio imposto dall’alleato americano ai suoi piani espansionistici. Così, mentre a Washington le delegazioni libanese e israeliana si siedono allo stesso tavolo, con nessun segnale di progresso, da Tel Aviv arriva l’ordine di oltrepassare anche il fiume Litani e conquistare più terreno possibile. Così, nel corso di quello che dovrebbe essere il cessate il fuoco di una guerra contro un Paese che, in realtà, non ha sferrato alcun attacco contro lo Stato ebraico, i carri armati delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno raggiunto la periferia di una delle città città simbolo della comunità sciita libanese, Nabatieh, a soli 60 chilometri circa dalla capitale Beirut.
Israele continua a giustificare le sue azioni in Libano come prevenzione contro possibili attacchi di Hezbollah. Una giustificazione ormai smentita dai fatti. Non si sta assistendo a un’operazione mirata, quelle dei suoi militari non sono incursioni in profondità: lo Stato ebraico sta di fatto occupando il Sud del Paese dei Cedri con l’intenzione di stabilirsi lì il più a lungo possibile, pronto a uccidere sia civili, 77 i bambini morti o feriti dall’inizio dell’invasione secondo Unicef, sia membri dell’esercito regolare libanese. Non a caso, l’avanzata su Nabatieh non è isolata. Le forze israeliane “hanno raggiunto villaggi e città a nord del fiume Litani, tra cui Zawtar al-Sharqiyah e Shqif Arnoun – ha affermato una fonte all’agenzia di stampa turca Anadolu – L’esercito libanese ha evacuato le proprie posizioni dai villaggi e dalle città passate sotto il controllo israeliano” per garantire la sicurezza dei militari, alcuni dei quali sono stati uccisi. “Non c’è presenza dell’esercito libanese nelle aree occupate del Libano meridionale”, ha concluso. Lo conferma anche l’avviso diramato sul suo profilo X dal portavoce dell’esercito israeliano, Avichay Adraee: “Avviso urgente ai residenti in Libano nelle seguenti località e villaggi: Marwaniyah, Lubya, Meidoun, Ansariyah, Zifta, Tafahtha. Alla luce della violazione da parte del partito terroristico Hezbollah dell’accordo di cessate il fuoco, le Forze di Difesa sono costrette ad agire contro di esso con forza. Le Forze di Difesa non intendono danneggiarvi. Per la vostra sicurezza, evacuate immediatamente le vostre case e trasferitevi a nord del fiume Zahrani. Chiunque si trovi vicino agli elementi di Hezbollah, alle sue installazioni e ai suoi mezzi da combattimento mette a rischio la propria vita!”. Il progetto, però, è non è quello di combattere il Partito di Dio, ma di occupare territorio. Tanto che al fianco dei tank israeliani avanzano anche i bulldozer necessari ad abbattere edifici, che siano essi militari o civili.
In uno scenario simile, riporre fiducia nei colloqui è irrealistico. E al governo di Benjamin Netanyahu questo sta bene. Una impasse a Washington concede più tempo ai suoi militari per portare avanti l’invasione. Anche perché l’opposizione non solo militare, ma anche politica, di Beirut rimane debole, soprattutto alla luce degli enormi squilibri di forza. Il governo libanese, come traspare anche dalle dichiarazioni del primo ministro Nawaf Salam, non ha carte da giocare, per usare una metafora cara al presidente americano Donald Trump: il premier si è così limitato a denunciare in un discorso televisivo “un’escalation israeliana pericolosa e senza precedenti” nel sud del Paese, sollecitando un cessate il fuoco immediato perché una “politica della terra bruciata” non garantirebbe la sicurezza di Israele. Appaiono così fuori dal mondo le dichiarazioni su X del vicesegretario di Stato americano Elbridge Colby, numero tre del Pentagono, che parlano di colloqui “costruttivi” tra funzionari militari israeliani e libanesi. Più realistica la lettura dei funzionari libanesi che, citati dai media arabi, si dicono delusi per l’esito dell’incontro. Un sentiment diverso da quello del governo di Tel Aviv.