Cosa mi aspetto nei prossimi giorni? Che si vada dritto verso la giustizia. Mi auguro che così sarà e che ci sia la volontà da parte dei giudici di non fare sconti a nessuno, perché qua siamo stati presi in giro tutti, non soltanto io o il mio avvocato ma tutti noi. E quindi adesso basta“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di “Non stop news” (Rtl 102.5) da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, all’indomani del processo per la morte del giovane.

E sottolinea: “Questa gente deve capire che non si scherza più, così come lo devono capire i vari medici legali e periti che sono sfilati dicendo che mio fratello sarebbe morto di suo, che il catetere glielo avevano messo per comodità. E si sono permessi di farlo solo ed esclusivamente perché Stefano Cucchi, così come la famiglia Cucchi, non era nessuno. Ricordiamoci che di ultimi, così come era Stefano, ce ne sono tanti e non può funzionare così la giustizia. Ma preciso che si parla sempre di giustizia e mai di vendetta. Mai“.

Riguardo alla richiesta di perdono del vicebrigadiere Francesco Tedesco, il carabiniere imputato di omicidio preterintenzionale che al processo ha accusato di pestaggio gli altri due militari coimputati, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, Ilaria Cucchi puntualizza: “In riferimento alle parole di Tedesco, non dico che le giustifico, ma le posso comprendere, perché io ho visto sfilare in aula i vari carabinieri e colleghi degli imputati. E li ho visti balbettare con tanti ‘non ricordo’. E’ chiaro che queste persone avevano paura di perdere il posto di lavoro. Ed è altrettanto chiaro che siamo di fronte a un enorme problema culturale. Per questo motivo sono state molto importanti la lettera e le successive dichiarazioni del comando generale dell’Arma, che si è schierata non tanto al fianco della famiglia Cucchi quanto al fianco della verità. Questo – continua – è fondamentale per far capire a tutti i carabinieri perbene che non devono avere paura dell’avvocato degli imputati, ma devono fidarsi del loro comandante generale nel momento in cui si schiera dalla nostra parte. Per quanto riguarda il perdono, cosa volete che vi dica? E’ un qualcosa a cui non ho ancora pensato, perché vi assicuro che sentire in aula la descrizione del violentissimo pestaggio ai danni di mio fratello non è stato facile. Intanto, dovrò prima capire il perché di tutto questo accanimento e poi eventualmente si passerà alla fase del perdono. Ma sinceramente non ora“.

E aggiunge: “Di fatto per almeno i primi sei anni siamo stati soli, come se fossimo noi sul banco degli imputati. Fortunatamente oggi la situazione è diversa. Da quando è subentrato alla Procura di Roma il Procuratore Capo Pignatone, da quando il destino del nostro processo è stato affidato al pm Musarò, io e Fabio (Anselmo, ndr) non siamo più soli. La situazione è capovolta ed è incredibile come oggi sembri tutto così scontato eppure allora noi lo urlavamo chiaro nelle aule di giustizia. Ricordo bene quando Fabio Anselmo lanciò la toga dicendo ‘Io non ci vengo più a fare questo processo che sembra ai danni dei miei clienti’. Oggi è tutto chiaro, evidente, tutto innegabile e delle volte sembra di vedere un’altra storia”.