Le università italiane hanno vissuto, negli ultimi anni, delle vere e proprie bufere a causa di denunce e indagini che hanno portato a scardinare parte del potere dei “baroni”, per secoli mai messo in discussione. Ci sono giovani ricercatori, soprattutto precari, che hanno deciso di giocarsi tutto per far emergere quello che avviene in molti contesti. Lo fanno perché sognano di far crescere nel loro Paese un’università basata sul merito e sulla trasparenza. Lo fanno anche perché hanno deciso di non emigrare, nonostante questo renderebbe la loro vita molto più facile.

Joselle Dagnes è nata ad Aosta 37 anni fa, è una sociologa economica e ora ha finalmente vinto un concorso, ma per dieci anni è stata precaria all’Interno dell’Università di Torino. I suoi ambiti di competenza sono la criminalità organizzata e la corruzione, i rapporti tra attori criminali, politici e cittadini. In particolare Joselle ha approfondito il tema della mafia e corruzione nel Nord Italia e di come questi fenomeni penetrano in Europa. È attivista da due anni all’interno del gruppo Ricerca Precaria, che organizza manifestazioni, iniziative, dibattiti per far luce sull’assenza di diritti di molti ricercatori. Lei stessa tiene lezioni, riceve studenti, fa ricerche socio-economiche, alla stregua dei suoi colleghi a contratto, con la differenza che anche per lunghi periodi si è trovata a non essere retribuita.

Già, perché, come spiega la giovane ricercatrice, “il nostro è un sistema che dà molta discrezionalità agli individui nel reclutamento di nuove risorse ma non lo fa in modo trasparente”. “Nel sistema anglosassone – spiega Joselle – la maggior parte dei reclutamenti non avviene per concorso pubblico ma sulla base di scelte discrezionali; nonostante questo sono più trasparenti. Se la scelta fatta non paga magari c’è una decurtazione del fondo o un rallentamento di carriera. Nel sistema italiano questo manca e, invece, vige una struttura burocratica molto farraginosa, senza nessuno che si assume la responsabilità di scelte che di fatto sono discrezionali”.

Gli inviati di Riparte il futurola community digitale italiana che da anni si batte per sconfiggere la corruzione nel nostro Paese, hanno incontrato 12 italiani under 40, che hanno deciso di resistere nel paese più corrotto d’Europa, sfidando con coraggio l’immobilità del sistema con attività imprenditoriali, proteste e persino opere d’arte. Quella di Joselle chiude la serie di storie pubblicate ogni due giorni anche su ilfattoquotidiano.it

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