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Meno Dante e Manzoni oggi, via i licei domani: nella scuola di Valditara, un sintomo di deminutio

Si taglia sull’economia, si taglia sui saperi, fino a non avere più tessuto da tagliare. L’abbozzo delle nuove indicazioni nazionali prefigura destinazioni malcerte per la formazione
Meno Dante e Manzoni oggi, via i licei domani: nella scuola di Valditara, un sintomo di deminutio
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di Davide Trotta*

L’abbozzo delle nuove indicazioni nazionali scolastiche, benché in attesa di formalizzazione, prefigura orientamenti e destinazioni malcerte per il nostro Paese. L’apologia delle nostre radici, dello studio della lingua quale patrimonio da tutelare e della civiltà occidentale quale snodo principale della storia in realtà tradisce la propria fallacia di vuota propaganda: quel che balza all’occhio per esempio in area umanistica è la contrazione notevole dello studio della Commedia di Dante, da tre a due anni, la consigliata sostituzione del capolavoro manzoniano de I Promessi Sposi nel secondo anno con letture alternative, e la prescrizione a dare maggiore attenzione alla lettura dei testi, adombrando poetica degli autori e correnti letterarie. Insomma due capisaldi della letteratura mondiale, di cui noi avremmo, per così dire, il monopolio conoscono per la prima volta brusco ridimensionamento: e menomale che la nostra cultura dalle parti di viale Trastevere vanta sicura preminenza!

Ma forse il vecchio Marx può venire in soccorso per capire meglio la portata dei fatti: se la “struttura”, cioè la base economica di una società, ne influenza la “sovrastruttura”, cioè l’assetto culturale, allora tale contrazione dei saperi si configura come l’esito ultimo di una riforma scolastica, il cosiddetto 4+2 (quindi una scuola di 4 anni anziché 5), evocativa più di tante offerte da discount che di gloriosi destini scolastici. Pertanto se la scuola del futuro vedrà decurtato di un anno il proprio percorso, occorre prepararsi sin da ora con programmi ridotti e rabberciati.

E ancora: non è azzardato dire che contrazione dei saperi e scombiccherati accorpamenti di istituti rivelano una logica condivisa: quella di operazioni continuamente giocate al ribasso che sono chiaro sintomo di deminutio intellettuale: si taglia sull’economia, si taglia sui saperi, fino a non avere più tessuto da tagliare, il che prefigura scenari poco rassicuranti per il nostro Paese.

Entrando quindi nel dettaglio, particolare attenzione merita il monito a concentrare l’attenzione più sui testi che sull’autore e la sua poetica/opere, come se si trattasse di due entità autonome, come a staccare una costola dal suo corpo d’appartenenza: il testo letterario non potrà mai prescindere dall’esegesi e dallo studio della poetica dell’autore, suo tratto distintivo, con relativa trama di allusioni e scarti anche all’interno della sua stessa produzione letteraria. Ma nel quadro della deminutio intellettuale sopra evocato ben si comprendono intenzioni e priorità.

C’è dell’altro però: privilegiare il testo sull’autore con la sua poetica è il segno di un’operazione alienante verso il singolo, con chiara tendenza a spersonalizzare. Così avviene nel mondo dell’impresa, con cui questa riforma mira a tessere una fitta trama di legami. Mentre il sapere dovrebbe essere estraneo a logiche di produzione, se vuole rimanere critico e libero. Quindi se quello che conta è il prodotto finito, per es. il tavolino, e poco importa del suo produttore materiale, analogamente ciò che importa è il testo, non chi lo ha prodotto. Senza la poetica specifica del singolo autore tutti i testi rischiano di diventare, per così dire, uguali.

Questa concatenazione di aberrazioni nel segno del tutto indistinto e indifferenziato ben si concilia con la proposta accarezzata dal numero uno di Viale Trastevere: l’abolizione in prospettiva futura della distinzione tra licei e istituti tecnici/professionali. Come a negare che il liceo classico prevede un menu che ti garantisce pietanze inevitabilmente diverse da quelle di un professionale, senza con ciò assegnare patenti di merito a un menu a scapito di un altro.

Non è vero che siamo tutti uguali, ognuno ha la propria specificità, il proprio “marchio di fabbrica”. E se si insinua il contrario, tocca poi scontrarsi con la realtà: proprio mentre si elargisce questo messaggio ecumenico con chiari riflessi di eguaglianza sociale nel segno del liceo, la concessione della grazia a Nicole Minetti, tornata al centro del dibattito, rende ancor più faticoso integrare questo tipo di narrazione egalitaria con la più triste realtà, fatta una volta di più di ingiustizie e privilegi che minano le basi del patto sociale.

*insegnante

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