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Tornano gli Invalsi alla primaria: si inserisca il consenso come per l’educazione sessuale!

Chi è insegnante può scioperare ma se non lo vuol fare per paura, per risparmiare, almeno scriva ciò che pensa. Chi è genitore può tenere a casa il figlio da scuola o chiedere che non venga somministrata la prova
Tornano gli Invalsi alla primaria: si inserisca il consenso come per l’educazione sessuale!
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Ci risiamo: eccoci nella settimana dei test Invalsi alla primaria. Ormai, non fanno più nemmeno notizia. Gli italiani si abituano a tutto: al berlusconismo, al salvinismo, al valditarismo, ai voti anni Trenta riportati a galla da questo Governo, all’impossibilità di esprimere critiche sui social secondo il Codice di comportamento disciplinare e via dicendo. Un tempo si riempivano le pagine dei giornali e dei siti a parlare di Invalsi. Ora, complice la complicità dei presidi, il servilismo dei docenti, il silenzio dei sindacati e dei partiti d’opposizione, dei quiz non si parla più.

Eppure questi test restano una delle bestemmie pedagogiche del nostro tempo. Da quando sono docente mi oppongo scioperando, promuovendo un dibattito, cercando invano un confronto con l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

Parto con una proposta, prima delle analisi critiche. In quest’epoca in cui il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha orgogliosamente introdotto il “consenso” dei genitori per fare educazione sessuale alle medie e alle superiori perché – con buona pace di tutti – non si introduce il “consenso” anche per i test Invalsi? I quiz non sono parte del dettato costituzionale e non sono compresi nemmeno nelle Indicazioni nazionali. L’Invalsi è un sistema di valutazione esterno al ministero e in quanto tale dovrebbe chiedere a mamma e papà, un lasciapassare.

Fatta questa premessa passiamo alle critiche analitiche. I risultati dei test Invalsi sono decisamente “falsati” perché molti studenti – obbligati a farli – li boicottano. Basterebbe che il direttore Invalsi Roberto Ricci parlasse con un adolescente per capire. I miei ex alunni mi dicono: “Maestro, noi rispondiamo a c….”. Evito il mio commento onde essere perseguitato con un provvedimento disciplinare per aver disonorato l’amministrazione.

Altra considerazione. I test vengono fatti a tutti gli studenti anche ai neo arrivati, ai migranti. Gli unici esonerati sono i disabili. Chi ha un Piano Didattico Personalizzato lo deve fare, mentre i Dsa lo eseguono con l’ausilio di facilitatori. Appare una barzelletta che si testi l’apprendimento in italiano o matematica di Khinari, di Armaan, di Fatima che – sempre più privi di ore di alfabetizzazione – non sanno parlare italiano. Cosa misuriamo nel loro caso? L’incapacità del nostro sistema di accogliere seriamente migliaia di migranti?

Scrivono, poi, Gianluca Gabrielli ed Enrico Roversi (due insegnanti) in un articolo pubblicato in queste ore: “Le prove non sono presentate, bensì “somministrate” con modalità concorsuali: tempi rigidi, impossibilità di uscire dalla stanza, separazione dei banchi, penna non cancellabile, impossibilità di interloquire degli insegnanti che “somministrano” con le bambine e i bambini e proibizione ai bambini di parlare tra loro”. Non solo. Aggiungono i colleghi: “Si tratta di un dispositivo che introduce precocemente una logica estranea alla scuola primaria: quella della prestazione individuale misurata in condizioni artificiali. Il messaggio implicito è chiaro: non conta il percorso, non conta il ragionamento condiviso, conta unicamente la risposta corretta nel tempo stabilito”.

E gli insegnanti? Chi ha il coraggio di opporsi ai presidi? Anzi, i dirigenti pur di mostrare ai loro superiori che tutto fila liscio come ministro comanda, se un docente sciopera lo sostituiscono così che i quiz possano essere fatti. Precisano Roversi e Gabrielli: “L’idea di venire valutati dal ministero sulla base dei risultati dei test nella propria classe ha spinto nel tempo molti insegnanti ad impegnarsi nel teaching to test, nell’allenamento ai test, lasciando perdere altre pratiche didattiche che sono ignorate dall’Invalsi. Così gli insegnanti hanno iniziato a far comprare opuscoli per fare esercitare i bambini e le bambine ai test, poi le case editrici hanno incluso le prove a risposta multipla stile invalsi tra i materiali adottati con i libri di testo. Oggi così siamo invasi di opuscoli di “allenamento” ai quiz e non c’è insegnante che non sia stato condizionato nella didattica da questa marea di test”.

Cosa fare? Purtroppo si è mai registrata la disponibilità dell’istituto Invalsi ad un confronto con chi contesta i diversi aspetti dei test. Loro eseguono. Sono soldatini (che ben guadagnano) del sistema.
Resta solo una strada: la disobbedienza civile. Chi è insegnante può scioperare ma se non lo vuol fare per paura, per risparmiare, almeno scriva ciò che pensa. Chi è genitore può tenere a casa il figlio da scuola o chiedere che non venga somministrata la prova.

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