“La Barbera predisse lo sviluppo delle indagini” – Anche perché la mattina del 20 luglio nessuno in Italia sa ancora che l’autobomba usata per uccidere Borsellino è una Fiat 126. E quando si dice nessuno, si intente neanche gli investigatori più discreti: in quel momento nell’inferno di via d’Amelio non sono stati rinvenuti né la targa dell’utilitaria né il blocco motore dell’auto caricata con l’esplosivo e la conferma sul modello di auto arriverà solo il giorno dopo. “Eppure a poche ore dall’esplosione si individua – senza alcuna plausibile giustificazione – nell’Orofino e nel suo garage una probabile pista investigativa. E dalla squadra mobile di Palermo si ipotizza (così come rilanciato da un’Ansa) che per l’autobomba sia stata utilizzata un’utilitaria di piccole dimensioni, probabilmente proprio una 126. Come faceva La Barbera a conoscere il modello di auto prima ancora che in via D’Amelio si recuperasse il bocco motore della 126? Perché mandare la polizia scientifica in un garage per un banale furto di targhe?”, sono le domande che si pone la relazione Fava. È come se gli investigatori sapessero in anticipo gli sviluppi delle loro stesse indagini. “Solo il 13 agosto arriverà la nota del Centro Sisde di Palermo sugli autori del furto della 126 e si legittimerà la pista che porterà rapidamente a Candura e Valenti: dopodiché  Scarantino avrà i giorni contati. Come faceva La Barbera a predire questi sviluppi a poche ore dalla strage? Qualcuno informò il capo della squadra mobile di Palermo e quegli elementi (l’auto, la targa, il furto…) erano, come dire, già noti per altre vie agli investigatori?”

Come faceva La Barbera a conoscere il modello di auto prima che in via D’Amelio si recuperasse il bocco motore della 126?”

“Dopo la strage ladri in casa Borsellino” – È lì, in quella strada di una Palermo che sembra Beirut , coi palazzi squarciati dall’esplosivo, che comincia il più grande inquinamento probatorio della storia italiana. “Il depistaggio sulla strage di via D’Amelio comincia pochi istanti dopo l’esplosione in cui perdono la vita il dottor Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta”, rileva la commissione mettendo in fila “tre diversi episodi di un’azione coordinata, destinati a manipolare la scena della strage, a trafugare documenti, a sottrarre prove“. Il depistaggio compiuto in tre mosse. A spiegare quali siano quelle mosse è Nico Gozzo, ex procuratore aggiunto di Caltanissetta che ha coordinato le ultime indagini sulla strage. Non si tratta soltanto della scomparsa dalla scena del crimine dell’agenda rossa dove Borsellino annotava sempre tutto. Davanti alla commissione, infatti, Gozzo cita due fatti finora mai abbastanza valorizzati: due interventi esterni nella casa di campagna di Borsellino e nel suo ufficio alla Procura di Palermo. Ha spiegato il pm all’organo parlamentare: “Sapevano tutti che Borsellino, prima di morire va nella casa di campagna, a Villagrazia di Carini e in effetti dopo qualche settimana viene trovato un portacenere pieno di sigarette. Fatto è che quando (i familiari) vanno là per la prima volta, la porta era stata aperta perché lo studio era a soqquadro (mentre) tutto il resto era perfettamente a posto. Quindi, un ladro ‘anomalo‘ perché non aveva toccato nulla delle cose che c’erano all’interno della casa”. Una curiosa incursione in casa del giudice appena ammazzato. L’altro intervento avviene nello studio di  Borsellino al palazzo di giustizia: “(I figli) hanno verificato immediatamente che qualcosa non andava – continua Gozzo – Sebbene il padre avesse lavorato moltissimo in ufficio e di meno a casa, sopra la scrivania non c’era quasi niente. Tutto sembrava perfettamente messo in ordine. I familiari avevano pensato: ‘Qualcun altro ha ripulito tutto…’”.

Ci furono tre diversi episodi di un’azione coordinata, destinati a manipolare la scena della strage”

“L’agenda rossa la fecero sparire i servizi. Non la mafia”- Quindi, la terza e più importante azione coordinata è quella in via d’Amelio con la scomparsa dell’agenda rossa. “La cosiddetta sparizione dell’agenda rossa, sul teatro della strage di via d’Amelio, non può averla compiuta la mafia. Questa è un’ovvietà che dicono tutti, ma è un’ovvietà vera. E, quindi è chiaro ed evidente che se questa cosa è successa, ed è successa, deve essere stata compiuta da qualcun altro”, dice Gozzo. La commissione, però, ricorda come “per molto tempo (almeno fino alla primavera 2005, data in cui ha avvio l’inchiesta della procura di Caltanissetta sulla sottrazione dell’agenda, conclusasi poi con il proscioglimento in udienza preliminare del colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli) questa “ovvietà” viene negata da tutti: dai pubblici ministeri di Caltanissetta che indagano sulla strage, dagli investigatori del cosiddetto gruppo Falcone-Borsellino che detengono la cabina di regia di quelle prime indagini, dai loro referenti e protettori politici. La sparizione dell’agenda rossa di Borsellino non sarà mai motivo di indagine“. Almeno fino all’apertura dell’inchiesta che poi porterà al Borsellino quater.  “L’intento (processuale) era quello di trovare questo ‘qualcun altro’, magari di vedere se c’erano collegamenti tra questo “qualcun altro’ e quel soggetto che viene descritto da Spatuzza come presente all’imbottitura della macchina per l’esplosivo, in via Villasevaglios, poco prima della strage del 19 luglio…”. Di sicuro c’è solo che già in via d’Amelio si registra la presenza “di appartenenti a Servizi di sicurezza intenti a cercare la borsa del magistrato attorno all’auto“, ha detto Pietro Grasso all’organo parlamentare. “Sono le testimonianze del sovrintendente Maggi e di un vice sovrintendente, Giuseppe Garofalo, che danno l’idea di questo attivismo di persone tutte vestite allo stesso modo che avevano già visto presso gli uffici di La Barbera, nel corso delle indagini di Capaci e che si aggiravano lì”.  “Riepilogando – conclude la commissione – appare chiaro che attorno alla scomparsa dell’agenda rossa del dottor Borsellino si registrano molte coincidenze negative sul piano investigativo e processuale: reticenza di taluni testimoni, presenze non giustificate dei servizi di sicurezza sul luogo della strage, incomprensibili omissioni, ingiustificati ritardi d’indagine”.