Il depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio comincia prima che lo stesso Paolo Borsellino venga assassinato. E quel depistaggio entra nel vivo subito, mentre ancora sull’asfalto ci sono i corpi carbonizzati del magistrato e dei cinque agenti di scorta. E la comparsa del falso pentito Vincenzo Scarantino poteva servive a escludere ogni pista su mandanti esterni a Cosa nostra. Ne è convinta la commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana. Il presidente, Claudio Fava, ha aperto un’indagine dedicata alla strage del 19 luglio del 1992. Una decisione successiva al deposito delle motivazioni dell’ultimo processo, il Borsellino Quater, nata proprio per focalizzare l’attenzione dei commissari siciliani sul depistaggio della prima inchiesta su via d’Amelio. Alla sbarra ci sono attualmente i poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei: accusati di calunnia in concorso, per la pubblica accusa sono gli agenti che “indottrinarono” il falso pentito Vincenzo Scarantino. “Ciò che veramente inquieta non è tanto la riconosciuta falsità delle dichiarazioni dello Scarantino, sul piano processuale, come si è constatato, suscettibili di essere difficoltà disvelate bensì l’apparizione del personaggio in quanto tale. La sua improvvisa e immediata irruzione nello scenario processuale probabilmente doveva servire, con le sue propalazioni, ad escludere ogni possibile sospetto che mandanti della strage potessero essere anche soggetti estranei all’associazione mafiosa“, annota Fava nella sua relazione finale.

“Menti raffinatissime dietro strage e depistaggio” – I risultati ai quali arriva il presidente della commissione (che essendo regionale non ha i poteri di una commissione d’inchiesta), vanno oltre le responsabilità penali. In un dossier lunga 76 pagine il deputato mette in fila errori, depistaggi, manomissioni e inerzie investigative. Partendo dalle domande avanzate nei confronti dello Stato da Fiammetta Borsellino, la commissione ricostruisce tutti i punti oscuri della strage più misteriosa della storia recente : anomalie e forzature che per la prima volta finiscono in un documento ufficiale. Se la corte d’Assise nissena aveva definito via d’Amelio tra “i più gravi depistaggi della storia”, la commissione di Fava scrive: “Lasciando al processo di Caltanissetta il compito di dirci se vi furono – e a carico di chi – responsabilità penali, si può ragionevolmente concludere che la regia del depistaggio comincia ben prima che l’autobomba esploda in via D’Amelio. Questo induce a pensare che ‘menti raffinatissime‘, volendo mutuare un’espressione di Giovanni Falcone, si affiancarono alla manovalanza di Cosa Nostra sia nell’organizzazione della strage, sia contribuendo al successivo depistaggio”. Tradotto: in via d’Amelio c’è una mano esterna alla mafia sia per ammazzare Borsellino sia per deviare l’inchiesta che doveva trovarne gli assassini. E il falso pentito Scarantino serviva per allontanare i sospetti sui soggetti estranei alla mafia. “In tal modo – scrive Fava –  venivano appagate le ansie e le aspettative di verità della pubblica opinione per la pronta scoperta di mandanti ed esecutori, tutti mafiosi, ed al tempo stesso si esorcizzava l’incubo di indicibili partecipazioni diverse ed occulte“.

La regia del depistaggio comincia ben prima che l’autobomba esploda in via D’Amelio”

“I servizi manomisero le indagini” – Una conclusione alla quale la commissione arriva mettendo in fila fatti, ascoltando testimoni, inquirenti dell’epoca, magistrati. “È certo – scrive l’Antimafia – il ruolo che il Sisde ebbe nell’immediata manomissione del luogo dell’esplosione e nell’altrettanto immediata incursione nelle indagini della Procura di Caltanissetta, procurando le prime note investigative che contribuiranno a orientare le ricerche della verità in una direzione sbagliata”. Un depistaggio che era in un certo senso garantito dal “contributo di reticenza che offrirono non pochi soggetti tra i ranghi della magistratura, delle forze di polizia e delle istituzioni nelle loro funzioni apicali. Ben oltre i nomi noti dei tre poliziotti, imputati nel processo in corso a Caltanissetta, e dei due domini dell’indagine (oggi scomparsi), e cioè il procuratore capo Tinebra e il capo del gruppo d’indagine Falcone-Borsellino, Arnaldo La Barbera”.

Il falso pentito Scarantino serviva a escludere ogni possibile sospetto che i mandanti potessero essere anche soggetti estranei all’associazione mafiosa

“Indagini singolari” – Già, La Barbera, il superpoliziotto sul quale post mortem (è deceduto nel 2002) si sono condensate la maggior parte delle ombre sinistre di via d’Amelio. Nella ricostruzione di Fava è lui l’uomo che contribuisce a dare alle indagini un avvio “alquanto singolare”. Il suo ufficio, infatti, “dispone un sopralluogo – delegato alla Polizia Scientifica di Palermo – presso la carrozzeria di Giuseppe Orofino già alle 11 del lunedì 20 luglio 1992, perché quest’ultimo aveva denunciato, appena un paio d’ore prima, il furto delle targhe (ed altro) da una Fiat 126 di una sua cliente all’interno della sua autofficina”. Orofino è l’uomo che Scarantino accuserà di essere il meccanico custode dell’autobomba: verra assolto nel processo di revisione solo nel 2017, dopo il pentimento di Gaspare Spatuzza. In quel 20 luglio del 1992, però, è ancora un uomo come gli altri: le false accuse di Scarantino lo tireranno in ballo solo un anno e mezzo dopo. Come mai gli investigatori sono già così interessati dalla sua autofficina, appena 18 ore dopo il botto di via d’Amelio? “Perché quel sopralluogo, di fronte al semplice furto di una targa?”, si chiede la commissione.