“Signora, abbiamo arrestato uno del commando“. È mercoledì mattina quando un ufficiale dei carabinieri bussa alla porta di casa Luciani. Un momento di “forte commozione” lo ha definito il procuratore capo di Bari, Giuseppe Volpe. Le vedove di Aurelio e Luigi, i fratelli contadini uccisi perché testimoni scomodi dell’agguato al boss della mafia garganica Mario Luciano Romito, forse non ci speravano più. Invece i carabinieri del comando provinciale di Foggia, guidati da Marco Aquilio, gli uomini del Ros e i magistrati della Distrettuale antimafia di Bari sono certi di aver inchiodato almeno una delle persone che prese parte alla mattanza di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando tutta Italia scoprì che il Gargano non è solo mare e Padre Pio, ma anche terra di mafia. Una provincia da quasi 300 omicidi in trent’anni, l’80 per cento dei quali irrisolti.

“È lui il palo della strage”
Senza una firma rischiava di rimanere anche la strage sulla provinciale Pedegarganica che taglia in due il promontorio e che i clan usano per trasportare fuori dalla Puglia la droga appena sbarcata dall’Albania. Questa volta però gli investigatori si sentono sicuri di aver dato un volto, per il momento, almeno al “palo”, come lo definisce il gip del Tribunale di Bari, Marco Galesi, nell’ordinanza di arresto per concorso in omicidio firmata negli scorsi giorni. Cinquanta pagine fitte-fitte di analisi altamente tecnologiche, svolte dal reparto Crimini Violenti del Ros, e di tessitura di spunti investigativi da parte dei carabinieri foggiani che mettono in luce il ruolo di Giovanni Caterino, uomo dei Li Bergolis, la famiglia in lotta con i Romito dal 2009, quando durante un processo scoprirono che il capostipite dei loro vecchi alleati per anni aveva in realtà fatto il confidente delle forze dell’ordine.

Mario Romito

Romito sfigurato per “intimorire”
E così da allora, cadavere dopo cadavere, quel tradimento è stato sempre regolato con fucili e pistole. Morto ammazzato dopo ammazzato, tra vendetta e necessità di controllare il territorio. Fino al 9 agosto dello scorso anno quando i Li Bergolis hanno deciso di abbattere il capo indiscusso dei Romito, Mario Luciano, appena sei giorni dopo il suo ritorno in libertà. In maniera eclatante, esplodendo anche “colpi devastanti” alla testa “volti a mostrare platealmente la ferocia e la forza del gruppo di fuoco, sì da intimorire la popolazione“, scrive il gip nell’ordinanza che ha portato in carcere Caterino.

I gps e l’assicurazione: così è nato il “bingo”
Lo hanno seguito e ascoltato per mesi, i militari dell’Arma, durante un’inchiesta partita dalle telecamere di sorveglianza che immortalano il Maggiolone nero del boss fuori dal bar Silver di Manfredonia la mattina del 9 agosto. Da quel momento, sempre seguito da una Fiat Grande Punto grigia. I video però non restituiscono nessuna indicazione su chi fosse alla guida né una targa completa. Ma gli investigatori fanno “bingo” con una ricerca nella banca dati Aci “intersecata” con i dati forniti dalla casa automobilista: hanno una targa e quindi un proprietario. Che con l’omicidio non ha nulla a che fare, ma sulla vettura ha montato – per contratto con l’assicurazione – un rilevatore gps.

La ricostruzione della fuga
E così, incrociando i dati con le celle telefoniche, i carabinieri ricostruiscono tutto e sono certi che alla guida ci fosse Caterino. A quel punto hanno in mano una sorta di film in diretta del quadruplice omicidio: con la Grande Punto che la mattina del 9 agosto pedina il Maggiolone “seguendo il medesimo percorso (…) fino al luogo dell’agguato, dove invertiva la marcia e rientrava a Manfredonia presso l’abitazione del proprietario”. Una fuga disperata, dopo aver fatto da “auto staffetta”, a folle velocità (176 km/h, hanno stabilito con precisione gli investigatori) lungo le strade provinciali nei minuti successivi alla strage. E i carabinieri sono convinti, grazie alla georeferenziazione, che Caterino fosse a bordo della Punto anche nei giorni precedenti durante quattro appostamenti e pedinamenti per studiare i movimenti di Mario Romito.

L’agguato di Apricena

Le “sagome umane” dei tre killer
Insomma, Caterino, stando all’indagine, ha aperto la strada ai sicari che viaggiavano, contrariamente a quanto saputo finora, non a bordo di una Ford Kuga ma di una C-Max che venne data alle fiamme dopo la mattanza. E, si scopre dalle carte, che gli investigatori hanno da mesi in mano le immagini anche dei tre del gruppo di fuoco (“sagome umane”, scrive il gip) mentre si muovono “in direzione di una masseria” frequentata dallo stesso Caterino che gli inquirenti ritengono il luogo dove gli uomini del commando “hanno potuto trovare temporaneo rifugio” dopo l’esecuzione. Tra loro, anche una persona “più alta delle altre due”, dice chi ha fornito alcuni dettagli agli inquirenti, che richiama a un altro omicidio, quello di Apricena consumato a giugno 2017 e che gli inquirenti ritengono l’antefatto dell’agguato a Romito: lì ci sono le immagini di una telecamera a immortalare (frame a sinistra, nda) uno dei killer e la sua altezza fuori dalla media è visibile ad occhio nudo.

Le intercettazioni: “La bastarda… la vedi dove sta”
Così mese dopo mese, Caterino inizia a sentirsi accerchiato. “Eloquenti”, scrive il gip, sono alcune conversazioni captate dalle cimici. Tra Natale e Capodanno, dopo una breve fuga tra Cesena e Bologna perché temeva l’arresto scampato il quale “voleva bersi una bottiglia di champagne”, il 38enne di Manfredonia viene ascoltato mentre è in auto con il proprietario della Grande Punto utilizzata il giorno dell’agguato. “La bastarda… la vedi dove sta”, dice al suo interlocutore “verosimilmente rivolto alle telecamere di sorveglianza” mentre passano vicino a un tabacchi di Rignano Garganico, dove era stato ripreso per l’ultima volta al seguito del Maggiolone il 9 agosto. Una “conferma che le preoccupazioni (…) erano dovute al fatto che oramai si sentiva scoperto“, commenta il giudice. Sono decine le intercettazioni citate nell’ordinanza, compresi dialoghi tra suoi amici nei quali uno di questi ribadiva che “le indagini riguardavano (…) un fatto delittuoso al quale Caterino aveva partecipato con un ruolo ben preciso ‘…è andato a fare il palo’“. E lui stesso, secondo il giudice, ha reso “dichiarazioni implicitamente confessorie” nelle intercettazioni. “Sono diventato una bomba atomica…”, spiega a un amico Caterino sentendosi monitorato dalle telecamere. E dopo l’esecuzione in Olanda di un pregiudicato foggiano, Saverio Tucci, pure lui coinvolto nell’agguato secondo il reo-confesso del suo assassinio, Caterino si sente il “principale bersaglio” dei Romito: “Io che ti ho detto il giorno che è morto Saverino. Mo’ sono morto io, perché alla fine dei conti se era ancora vivo Saverino erano due che dovevano mantenere nel cervello, loro tenevano due persone che dovevano uccidere, non una… quelli non hanno solo a me, quelli tengono anche ad altri, però la priorità era a me e a Saverino Faccia d’Angelo”.

Il comandante Aquilio

Il tentativo di agguato e la vendetta: “Mi voglio togliere un pallino”
Il racconto arriva qualche giorno dopo un tentativo di agguato ai suoi danni, in seguito al quale i carabinieri gli avevano proposto di collaborare con la giustizia ottenendo un secco no dall’indagato. Poche ore dopo l’accaduto, secondo il gip, “vi sono già i primi riferimenti di Caterino al ritenuto inquadramento di tale episodio in una contrapposizione” tra clan. “Sono forti loro… qua stanno tutti cagati sotto“, ripete a un amico. E sa anche, scrive il gip, dell’esistenza di un’indagine che lo riguarda: “Quelli stanno facendo indagini… quelli a me mi hanno inguaiato come asso di coppe…”. Oltre che dagli inquirenti, Caterino si sente sorvegliato anche dal fratello di Mario Romito, Ivan, e ipotizza di ucciderlo: “Mi voglio togliere un pallino voglio uccidere a Ivan… Ivan Romito”. Poi una delle dichiarazioni più lampanti, secondo il giudice: “Quelli stanno nervosi stanno… hai capito? L’autista non sanno chi è… sanno solamente che c’erano i foggiani nella macchina… ma l’autista non sanno chi è… la è una cosa a mio favore”. Per questo, aveva anche recuperato delle armi aspettando il “via libera” per vendicarsi. Sul Gargano, tra Li Bergolis e Romito, funziona così da anni. In un eterno ripetersi di lutti e vendette, con i carnefici certi del loro futuro. Lo sapeva anche Caterino, che a febbraio si confidava con un amico: “A me l’arresto sta… non è oggi.. fra un anno, un anno e mezzo… ma l’arresto ci sta”. Otto mesi dopo i carabinieri sono arrivati nella sua casa alle prime luci dell’alba. Poi sono andati a bussare alla porta delle vedove di Aurelio e Luigi Luciani, innocenti ammazzati per la sola colpa di aver visto: “Il primo lo abbiamo preso”.