Dietro i quattro morti ammazzati in piena estate nelle campagne di San Marco in Lamis e gli altri 7 omicidi di chiara matrice mafiosa in provincia di Foggia nel corso del 2017, ci sono fiumi di droga. Marijuana soprattutto, ma anche cocaina ed eroina, hanno trovato nel Gargano la porta verso l’Europa. “I traffici di stupefacenti con l’Albania hanno creato la nuova guerra di mafia“, ha spiegato il colonnello Marco Aquilio, comandante provinciale dei carabinieri di Foggia, durante la presentazione dei dati sulle attività di controllo del territorio nel complicato anno che sta finendo.

La droga dietro la guerra di mafia
I colpi di kalashnikov esplosi contro il boss Mario Luciano Romito e suo cognato sotto i quali sono caduti anche i fratelli Luciani, due contadini innocenti, sono stati l’ultimo atto della guerra in corso da gennaio tra i clan foggiani, in particolar modo quelli attivi sul Gargano. Tutto ha un senso, anche la posizione geografica nei quali si sono consumati: prima sulla costa, poi verso l’interno. “Quello che abbiamo visto è che in Capitanata c’è un’attenzione maggiore da parte delle organizzazioni criminali verso gli stupefacenti – dice il comandante Aquilio – Gli attriti che nascono nell’ambito dei gruppi mafiosi sono legati al narcotraffico. Come dimostrano i contatti con l’Albania e grandi sequestri di droga avvenuti”.

Il canale degli albanesi, in ascesa in Europa
Gli albanesi, tra i clan che l’Europol segnala in grande ascesa sullo scacchiere continentale, come aveva spiegato l’inchiesta Mafie Unite d’Europa del IlFattoQuotidiano.it, stanno piazzando le loro pedine in diversi Stati membri per accompagnare il salto di qualità dal traffico di marijuana a cocaina ed eroina. E tra gli “scali” della droga hanno scelto la Capitanata grazie alla sponda offerta dalla criminalità organizzata garganica. La location perfetta dopo anni di sbarchi nel Salento, territorio più comodo perché vicino alle spiagge albanesi ma con altre criticità: da Brindisi in giù, le coste lunghe e sabbiose sono facilmente controllabili dalle motovedette e il pattugliamento è intenso da anni anche perché quella rotta è percorsa anche dai trafficanti di migranti.

Gli scontri dalla costa all’entroterra
Così gli albanesi si sono spinti più a nord, verso Foggia, dove scogliere e anfratti rendono la costa assai impervia. E quindi molto, molto difficile da controllare dalla terraferma, anche con un alto numero di uomini a disposizione. In questo quadro, i clan foggiani giocano un ruolo cruciale proprio per la grande conoscenza del territorio. Ma i soldi che piovono dal Paese delle aquile, oltre a far gola, stanno provocando anche scontri interni molto forti. “Siamo di fronte a un’evoluzione del fenomeno mafioso garganico – dice Aquilio a Ilfatto.it – Stanno cercando di canalizzare questo business che suscita grossi appetiti”. Ecco l’humus nel quale nasce la guerra di mafia del 2017. Che parte nel territorio di Vieste tra gennaio e febbraio e si riaccende in estate nella zona più interna, culminando il 9 agosto nella strage di San Marco lungo la Pedegarganica, la strada che permette di ‘tagliare’ il promontorio del Gargano e per questo è diventata la più battuta per i traffici illeciti. Non un caso, secondo gli investigatori, che dal conflitto sulla costa, punto di primo approdo dei carichi, i clan siano passati a sparare nell’entroterra, dove la droga viene occultata da chi controlla il territorio per poi prendere la strada verso altre regioni.

La mafia che uccide d’estate
Il 20 giugno Antonio Petrella e suo nipote Nicola Ferrelli, ritenuto vicino al clan Di Summa, vengono assassinati alla periferia di Apricena: dopo averli affiancati in corsa, i killer hanno crivellato di colpi la loro auto con pistole, fucili e kalashnikov. Poi sono scesi e hanno finito i due con diversi colpi al volto, sfigurandoli (sopra un frame tratto da un filmato esclusivo Tv7). La sera del 14 luglio tocca a Matteo Lombardozzi, 50enne di San Severo, sottoposto al regime di semilibertà. Agganciato lungo la Statale 16 a una decina di chilometri da Foggia, l’uomo viene raggiunto all’altezza di una stazione di servizio e freddato con colpi di fucile calibro 12 e Ak-47. Il 9 agosto è il turno di Mario Luciano Romito, tornato in libertà da appena sei giorni. E la mafia garganica finisce sulla prime pagine di tutti i giornali.

L’ipotesi: una sola mano dietro gli ultimi omicidi
L’escalation da Apricena a San Marco in Lamis, ragionano da settimane in ambienti investigativi, potrebbe essere collegata, rientrare in un’unica strategia criminale. Le evidenze, al momento, riguardano “quanto meno l’analogia nel modus operandi“. Sulla risoluzione del quadruplice omicidio, il comandante Aquilio si è detto “fiducioso”, perché “il lavoro c’è e sta andando avanti spedito, senza soste”. Anche grazie a quei rinforzi trasferiti in provincia di Foggia dopo mesi di appelli: adesso il numero di uomini a disposizione è stato potenziato, superando – seppur di poco – anche la pianta organica, e il territorio è stato diviso in cinque macro-aree che vengono controllate con un principio di alternanza da carabinieri e polizia. Sono arrivati i sequestri di armi e droga, diversi agguati sono sventati. I Cacciatori di Calabria fanno il resto, raggiungendo le zone più impervie per i rastrellamenti. Un controllo capillare che ha avuto come primo effetto lo stop alla scia di sangue. Ma le droghe continuano ad approdare nelle calette e le batterie a contare i soldi. Non si spara, ma gli affari vanno avanti. Ed è a quelli che puntano adesso gli investigatori.

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