“Qui abbiamo bisogno di fatti, azioni, risposte dai livelli istituzionali più alti. Il problema delle mafie foggiane è stato sottovalutato, lo diciamo da tempo”. La vice-presidente nazionale di Libera, Daniela Marcone, è di Foggia e suo malgrado conosce da vicino i problemi del territorio. Suo padre Francesco, direttore dell’Ufficio del registro, venne ucciso nel 1995 perché lavorava limpidamente e non scendeva a compromessi. Qualche giorno prima d’essere ucciso nell’androne del suo palazzo aveva presentato un esposto alla Procura, segnalando le truffe di falsi mediatori, che garantivano dietro pagamento il rapido disbrigo di pratiche nel suo ente. Un omicidio rimasto irrisolto, come troppi nella provincia pugliese che ne conta già 17 negli ultimi 8 mesi.

Denunciate da tempo la situazione di Foggia, ma gli appelli cadono nel vuoto.
“Le istituzioni territoriali sono molto attente. Manca il livello successivo. E abbiamo bisogno del mondo della politica: deve muoversi”.

Dopo la strage tra Apricena e San Marco in Lamis, qualche voce sporadica si è levata.
“Ben vengano le parole, sono di conforto per chi vive qui. Ma dopo la vicinanza e i gesti di attenzione, abbiamo bisogno di fatti, azioni, risposte dei livelli istituzionali più alti. In giornate come queste, si ha la sensazione di vivere nel peggior posto del mondo. Noi comprendiamo le esigenze degli investigatori e dei procuratori, che da tempo hanno lamentato l’assenza di personale. Foggia ha bisogno di un investimento: si alzi l’asticella dell’impegno”.

Anche perché l’asticella l’ha alzata la malavita, nel frattempo. Due dei quattro morti erano contadini incensurati. Li hanno ammazzati solo perché avevano assistito all’agguato a Mario Romito.
“Ho letto da più parti che sarebbero stati nel “posto sbagliato al momento sbagliato”. No, questo concetto è inaccettabile. Stavano solo facendo la loro vita. E non è la prima volta che accade. A Foggia abbiamo già vissuto il dramma di Matteo Di Candia, vittima innocente di un agguato. Era in un bar a festeggiare il suo onomastico”.

E ora, invece, cosa sta accadendo a Foggia?
“Sono certa che non si tratta di escalation. E’ in corso una guerra, come ce ne sono state altre, che non viene vista fuori dal territorio. Il problema è stato sottovalutato, lo diciamo da tempo. E la situazione è diventata complessa. Quando parlo fuori dalla provincia di Foggia, non si ha idea di cosa accada qui. Serve consapevolezza di cosa si sta parlando”.

In che senso?
“Lo spiego con un esempio: la mafia foggiana viene percepita come Sacra Corona Unita, ma non c’entra nulla con la Scu. Mi sento come Massimo Troisi in Ricomincio da tre quando alla fine accettava che napoletano potesse essere un sinonimo di emigrante”.

Da tempo viene chiesta l’istituzione di una Distrettuale Antimafia.
“Ne faccio un problema più complesso. Perché la Dda serve, ma non fa il miracolo. Ora occorrono interventi in tempi brevi. Gli apici di forze dell’ordine e della magistratura foggiana hanno richiamato l’attenzione da tempo, ma sono rimasti inascoltati. E invece serve un’attenzione particolare, ma non una militarizzazione. Le istituzioni ascoltino quali sono le esigenze degli addetti ai lavori, chiedano a loro di cosa hanno bisogno. E agiscano di conseguenza”.

E i cittadini di Foggia e provincia di cosa hanno bisogno?
“Devono prendere consapevolezza di ciò che sta accadendo. E sta accadendo qui e ora, accanto a loro. Noi abbiamo deciso di portare qui la Giornata della memoria e del ricordo delle vittime innocenti delle mafie. E non aspetteremo con le braccia conserte il prossimo 21 marzo. Stiamo svolgendo un percorso per trarre i massimi risultati in termini di consapevolezza in Capitanata e fuori. Chiederemo aiuto ai magistrati e alle forze dell’ordine per farci spiegare ciò che sta accadendo, che affari stanno facendo ora i clan e perché sono in guerra tra di loro”.

Alla popolazione, invece, cosa chiedete?
“In questi casi si corre il rischio che una fetta della cittadinanza si senta offesa. Sappiano che non vogliamo raccontare Foggia come se fosse il covo di tutti i mali. Per questo dobbiamo parlarne, per loro, per chi vive onestamente e vede negato il diritto alla serenità. Vogliamo trascinare i dubbiosi nei confronti delle manifestazioni antimafia. E’ un’operazione culturale, che non riguarda il risveglio delle coscienze. Serve una vera e propria resistenza”.