L’ultimo afroamericano ucciso dalla polizia negli Stati Uniti è un ragazzo di 18 anni. A pochi giorni dai fatti di Charlotte (foto) c’è tensione a Los Angeles per l’omicidio Carnell Snell Jr da parte degli agenti californiani. L’episodio, ancora tutto da chiarire, è iniziato con l’inseguimento di un’auto che gli agenti ritenevano fosse stata rubata: il conducente non si è fermato e si è dato alla fuga.

Un attivista di Black Lives Matter: “Colpito alla schiena”
A un certo punto l’auto si è bloccata e un giovane uomo ne è uscito fuggendo e andandosi a nascondere sul retro di una casa. Lì è stato raggiunto dagli agenti che lo hanno ucciso. Pesante l’accusa di Black Lives Matter di Los Angeles: il ragazzo sarebbe stato ucciso mentre teneva le mani in alto, ha denunciato con un tweet il movimento nato sui social media come hashtag dopo l’assoluzione del vigilante George Zimmerman, responsabile dell’uccisione di un altro ragazzo, Trayvon Martin. Un altro attivista ha aggiunto che il ragazzo è stato colpito dagli spari alla schiena.

Il ragazzo era a pochi passi da casa
Secondo la polizia, il ragazzo era armato
di pistola ma i testimoni hanno subito contestato questa versione. La notizia della sparatoria si è velocemente diffusa nel quartiere e decine di persone sono arrivate sul posto. Tra loro anche la madre del ragazzo, ripresa in un video mentre prega i poliziotti di farla entrare nella zona isolata per vedere il corpo del figlio. Il luogo in cui il 18enne è stato ucciso, infatti, si trova a breve distanza dalla loro abitazione. La sorella minore, Trenell, ha raccontato che il fratello è stato ucciso di fronte a lei: lo ha visto fuggire, poi ha sentito gli spari e lo ha visto disteso a terra. “Alla fine della giornata, i poliziotti sono arrivati e hanno ammazzato mio fratello. Lo hanno ammazzato”, ha dichiarato ai media americani. Intanto, la folla sul luogo della sparatoria è aumentata sempre di più, e ci sono stati momenti di tensione con gli agenti. Tra i dimostranti, molti mostravano cartelli con la scritta Black Lives Matter (La vita dei neri conta), altri urlando contro agenti in tenuta antisommossa.

Nel 2012 il caso di Trayvon Martin
Il fatto avviene pochi giorni dopo le proteste a San Diego, dove la polizia ha ucciso un uomo afroamericano che sembrava “si comportasse in modo sconnesso”. Anche a Pasadena, in California, di recente ci sono state proteste dopo che un uomo afroamericano armato di coltello è stato ucciso dalla polizia. Senza dimenticare nelle ultime settimane Charlotte, dove il governatore ha dichiarato il corpifuoco. Negli Stati Uniti manifestazioni del genere contro l’uso sproporzionato della violenza da parte della polizia e l’impunità per le loro azioni hanno avuto origine nel 2012, quando fece scalpore il caso di Trayvon Martin. Il 17enne fu ucciso da un vigilante privato in Florida, mentre era disarmato. Michael Brown fu invece ucciso, anch’egli disarmato e con le mani alzate, in Missouri: il suo caso scatenò proteste che misero a ferro e fuoco la città

Obama e la questione razziale
Non si contano gli episodi in cui gli agenti hanno sparato e ucciso afroamericani per una errata valutazione. La “questione razziale riguarda tutti” aveva detto il presidente Barack Obama solo due mesi. Il primo inquilino della casa Bianca afroamericano è intervenuto più volte dopo gli omicidi che hanno scatenato le proteste in diversi Stati.

Obama parlava prima degli ultimi eventi di Dallas, dove cinque agenti sono stati uccisi proprio per vendetta da un riservista afroamericano. I dati sulla disparità nel Paese sono chiari: l’80 per cento dei fermati per controlli a New York City sono neri o ispanici. I neri rappresentano il 13 per cento della popolazione americana, e il 14 per cento dei consumatori di droghe, ma sono il 37 per cento delle persone arrestate per reati legati al consumo e alla vendita di droga. Una Commissione del Congresso americano, nel 2010, ha stabilito che, in media, i neri americani sono condannati a pene più lunghe del 10 per cento rispetto ai bianchi. I maschi afroamericani nati nel 2001 (dati del Dipartimento alla Giustizia) hanno il 32 per cento di possibilità di finire in galera durante la loro vita (contro il 6 per cento dei bianchi).