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La distruzione delle torri di Gaza, ennesimi crimini di guerra israeliani

Almeno 13 edifici residenziali e commerciali (le “torri”) della Striscia di Gaza tra settembre e ottobre del 2025 demoliti senza necessità militare. L'indagine di Amnesty International
La distruzione delle torri di Gaza, ennesimi crimini di guerra israeliani
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Amnesty International ha realizzato un’indagine sulla demolizione di almeno 13 edifici residenziali e commerciali (le “torri”) della Striscia di Gaza tra settembre e ottobre del 2025. La conclusione è che l’esercito israeliano ha gravemente danneggiato e distrutto quelle strutture senza necessità militare, sganciando numerose bombe su ciascun edificio dopo aver costretto le migliaia di persone residenti – molte delle quali sfollate – a evacuare con pochissimo preavviso. L’organizzazione per i diritti umani considera quegli attacchi crimini di guerra: di distruzione indiscriminata, punizione collettiva e attacchi diretti contro beni civili.

“La distruzione e appropriazione estese di beni, non giustificate da necessità militare e compiute illegalmente e arbitrariamente” costituiscono una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e un crimine di guerra.

Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, rilasciate immediatamente dopo alcuni di quegli attacchi, costituiscono ulteriori prove del fatto che gli edifici non sono stati distrutti per motivi di inderogabile necessità militare, bensì per infliggere una punizione collettiva e una devastazione diffusa alla popolazione civile palestinese, come mezzo di pressione politica su Hamas e nell’ambito di una campagna di sfollamento forzato di massa.

Ad esempio, l’8 settembre 2025 Katz ha scritto sul suo account ufficiale X: “Oggi un uragano devastante colpirà i cieli di Gaza e i tetti delle torri del terrore tremeranno. Questo è l’ultimo avvertimento agli assassini e stupratori di Hamas nella Striscia di Gaza e negli hotel di lusso all’estero: liberate gli ostaggi e deponete le armi, oppure Gaza sarà distrutta e voi sarete annientati”. In altri messaggi pubblicati sul suo account X, Katz ha commentato la distruzione delle torri di Gaza e di altre strutture civili con toni celebrativi e compiaciuti, suggerendo che tali distruzioni fossero finalizzate a “eliminare l’incitamento”, un obiettivo che di per sé non può essere considerato una inderogabile necessità militare tale da giustificare, ai sensi del diritto internazionale umanitario, la distruzione di proprietà civili.

Queste demolizioni non hanno soltanto abbattuto edifici di cemento: hanno ridotto in macerie le case, le vite e i ricordi delle persone che vi abitavano, trasformando in rovine e polvere alcuni dei più importanti simboli urbani di Gaza. Per i palestinesi ai quali non è consentito tornare nelle proprie case a est della cosiddetta “linea gialla” occupata da Israele, nonostante abbiano montato le tende dall’altro lato nel punto più vicino possibile, il rumore continuo dei bulldozer che distruggono abitazioni e terreni è diventato la dolorosa colonna sonora quotidiana di una vita in cui il genocidio non si è mai davvero fermato.

Gli attacchi sono iniziati il 5 settembre 2025, sono iniziati gli attacchi contro le torri di Gaza, mentre l’esercito israeliano intensificava in modo significativo la propria offensiva militare per prendere il controllo della città. L’esercito israeliano non ha mai fornito prove a sostegno delle proprie affermazioni secondo cui le torri di Gaza colpite sarebbero state utilizzate da Hamas o da altri gruppi armati palestinesi per scopi militari. Né Amnesty International ha riscontrato prove sulla presenza o sull’utilizzo degli edifici da parte di combattenti o su attività militari al momento della distruzione delle torri di Gaza.

L’organizzazione per i diritti umani ha invece scoperto, esaminando la pagina ufficiale dell’esercito israeliano, che dopo la distruzione di ciascuna torre di Gaza veniva utilizzato un commento standard del portavoce militare, spesso senza nemmeno specificare quale edificio fosse stato colpito o fornire ulteriori dettagli. Nella maggior parte dei casi in cui le torri di Gaza sono state distrutte, l’esercito israeliano ha telefonato a una delle persone residenti nell’edificio che stava per essere bombardato, ordinandole di avvertire le altre o i vicini di lasciare l’edificio immediatamente o nel giro di pochi minuti. Questi avvertimenti hanno provocato panico di massa, costringendo migliaia di persone a fuggire terrorizzate, lasciando dietro di sé tutti i propri beni.

Una docente universitaria residente nella Torre Mushtaha 6, nel quartiere Rimal di Gaza, ha descritto il terrore vissuto durante i tentativi di evacuazione delle 76 famiglie che abitavano nell’edificio – alcune delle quali ospitavano anche parenti sfollati – dopo aver ricevuto una telefonata di avvertimento dall’esercito israeliano:

“Non potete immaginare come mi sono sentita e il panico che ne è seguito… Non abbiamo avuto il tempo di prendere nulla. I miei genitori sono anziani, mio padre ha 85 anni e non è in grado di camminare. Vivevamo all’ottavo piano e ho dovuto chiedere aiuto ad alcuni vicini per portarlo giù per le scale. I miei figli sono piccoli, il minore ha solo due anni e anche lui doveva essere preso in braccio. Una volta usciti, siamo rimasti fuori ad aspettare e alla fine è passato molto tempo, forse due ore, prima che l’edificio venisse bombardato. Se lo avessimo saputo, avremmo potuto portare con noi almeno alcune cose. Ma una volta usciti, non abbiamo osato rientrare. Era troppo pericoloso. Mio figlio Ibrahim, che ha sette anni, ora è ossessionato dal telefono. Controlla continuamente che funzioni, perché ha paura che qualcuno possa chiamare di nuovo per dirci che il luogo in cui ci troviamo sarà bombardato”.

Il 6 settembre un attacco ha distrutto la Torre al-Soussi, di 15 piani, nell’area industriale della zona occidentale di Gaza.

Mariam, che si trovava coi parenti in uno degli appartamenti, ha dichiarato che l’esercito israeliano ha dato 20 minuti di tempo per lasciare l’edificio prima che venisse bombardato:

“Improvvisamente le persone hanno iniziato a urlare di andare via, ci siamo precipitati giù senza prendere nulla, inciampando gli uni sugli altri”.

L’esercito israeliano ha anche distrutto edifici che ospitavano gruppi della società civile e strutture giornalistiche, come nel caso della Torre al-Roya, che ospitava la sede del Centro palestinese per i diritti umani, e la già citata Torre al-Ghofari, l’edificio più alto di Gaza, all’interno del quale c’erano uffici commerciali e la redazione del portale libanese al Mayadeen.

La Torre italiana, un importante edificio di 17 piani ricostruito nel 2023 con fondi italiani, è stata distrutta il 26 settembre nonostante fosse vuota e chiusa. Lo stesso giorno sulla pagina ufficiale dell’esercito israeliano è stato pubblicato il consueto commento standard, sempre senza specificare di quale edificio si trattasse e senza fornire alcuna prova. Un ingegnere informatico di 32 anni, che viveva con la moglie e tre figli al quinto piano della Torre al-Najm, un edificio di dieci piani in Market Street all’interno del campo rifugiati di al-Shati, ha raccontato ad Amnesty International che intorno alle 18 dell’11 settembre uno dei vicini ha urlato ai residenti di uscire immediatamente perché il palazzo sarebbe stato bombardato entro cinque minuti:

“Ero a casa con mia moglie e i nostri tre figli, il più piccolo di soli otto mesi, quando i vicini hanno iniziato a urlare e a fuggire dal palazzo. Non c’è stato il minimo tempo di portar via nulla. Abbiamo preso i bambini e siamo corsi giù coi vestiti che avevamo addosso”.

La famiglia ora vive in una tenda a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, in condizioni drammatiche:

“I nostri figli si sono ammalati a causa della pioggia e del freddo. È difficilissimo crescere un bambino piccolo in queste condizioni disastrose. Ci manca tutto. Gli altri due figli, lei di sei anni e lui di sette, sono traumatizzati: il nostro edificio è stato bombardato sotto i loro occhi. Non capiscono perché e io non so spiegarglielo”.

Il 19 marzo 2026 Amnesty International ha scritto all’esercito israeliano chiedendo quali fossero le ragioni degli attacchi contro ciascuno di questi edifici nel momento in cui erano stati colpiti e quali fossero le persone e/o gli obiettivi presi di mira, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

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