Davanti alle sanzioni di Trump, Cuba risponde con le riforme. Ma dagli Usa continuano le minacce
di Sara Romanò*
A Cuba, in queste settimane, molti genitori si trovano alle prese con un compito che nessun genitore vorrebbe mai affrontare: spiegare ai propri figli, anche ai più piccoli, che ci sono minacce di guerra, e che in caso di attacco militare la cosa importante da fare è cercare un rifugio. Per riuscirci si confrontano con altri genitori, alla ricerca delle parole appropriate, perché quelle giuste in una simile situazione non esistono. Chi ha già trovato il coraggio di affrontare il tema racconta che la difficoltà non sta tanto nello spiegare come individuare un rifugio, quanto nel rispondere alle domande dei figli: perché ci vogliono attaccare militarmente?
A questa domanda è difficile rispondere anche per quei genitori che non condividono le politiche del governo cubano. È anche così che si può spiegare la grande partecipazione alle celebrazioni del Primo Maggio. Nonostante le difficoltà legate al blocco petrolifero statunitense, che rende scarsa la benzina e limita i trasporti pubblici, migliaia di persone sono accorse nelle piazze fin dalle prime ore dell’alba. Solo all’Avana ha partecipato circa mezzo milione di persone, e la manifestazione si è conclusa davanti all’ambasciata statunitense. Le parole d’ordine erano due: la richiesta della fine dell’embargo che strangola l’isola e la pace.
Nel frattempo, sull’altra sponda dell’oceano, Trump affermava che, al rientro dall’Iran, la portaerei Uss Abraham Lincoln potrebbe fermarsi al largo di Cuba. Inoltre ha firmato nuove dure sanzioni contro le imprese statali cubane, misure che potranno colpire anche le aziende straniere che intrattengono rapporti con esse, indipendentemente dall’esistenza di relazioni produttive con imprese americane. In altre parole, si rafforza la dimensione extraterritoriale dell’embargo, che limita non solo la sovranità di Cuba, ma anche quella di altri paesi.
A seguito di queste sanzioni, l’impresa canadese Sherritt, a Cuba dal 1991 per l’estrazione del nichel, ha annunciato che lascerà l’isola. Pur non essendo colpita direttamente dalle nuove misure, queste ultime risultano sufficientemente pesanti da dissuadere l’azienda dal proseguire una collaborazione storica. La forza delle sanzioni, infatti, non risiede soltanto nella loro capacità di colpire, ma anche in quella di dissuadere.
La grande partecipazione alla manifestazione del Primo Maggio non va però interpretata come un sostegno senza riserve al governo cubano. Lo sa bene il primo ministro Manuel Marrero, che è intervenuto in televisione annunciando che nulla sarà più come prima, sia nella lotta alla corruzione sia rispetto all’inefficienza della macchina burocratica cubana, troppo grande per l’economia sofferente dell’isola, dove — aggiungo io — gli operatori economici statali e privati devono ogni giorno trovare soluzioni più o meno creative per aggirare ostacoli sempre maggiori.
Pochi giorni fa, Marrero ha annunciato una riduzione dell’apparato statale e una crescente semplificazione burocratica; è stata poi approvata una nuova legge migratoria che ridefinisce il rapporto tra gli emigrati e l’isola, facilitando per loro la possibilità di fare impresa e possedere beni a Cuba. Meno di due mesi fa sono state approvate una riforma agraria, che elimina il monopolio statale sulla commercializzazione dei prodotti agricoli, e una riforma dei regimi di proprietà, che rende possibile la creazione di imprese miste tra capitale privato e straniero e imprese statali. È inoltre in discussione una nuova legge sulla casa.
Si tratta di riforme che alcuni segmenti della società, soprattutto quelli più istruiti o avvantaggiati, chiedevano da anni. Riforme che sulla carta aprono nuove possibilità, ma che nella loro implementazione si scontrano ancora con problemi strutturali persistenti, primo fra tutti la segmentazione dei mercati, caratterizzati da regole differenti nella formazione dei prezzi, nei modelli decisionali e negli obblighi. Per esempio, la nuova legge consente la creazione di imprese miste, ma non chiarisce in che modo potranno integrarsi un modello decisionale burocratico, nel quale le imprese restano subordinate ai ministeri, e i modelli decisionali tipici delle imprese private.
Sono però segnali di discontinuità che arrivano dall’isola. Una discontinuità che invece non si osserva sull’altra sponda dell’oceano, dove l’amministrazione Trump continua con minacce di aggressione e sanzioni sempre più asfissianti, capaci di compromettere la vita e la salute di dieci milioni di cubani e cubane.
*sociologa, dipartimento di Culture, Politiche e Società, Università di Torino