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Con lo stretto di Hormuz chiuso si rischia il collasso del sistema: uno scenario da tempesta perfetta

A questo punto, la priorità massima è mettersi d’accordo, fermare la guerra, riaprire lo stretto e far ripartire le navi. Non ci eviterà i danni già fatti, ma perlomeno eviterà il peggio
Con lo stretto di Hormuz chiuso si rischia il collasso del sistema: uno scenario da tempesta perfetta
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Della guerra in Iran non si parla quasi più sulle prime pagine dei giornali, ma se andate a vedere quello che scrivono le riviste specializzate troverete che comincia a tirare una certa arietta frizzantina di preoccupazione. Si sta diffondendo l’idea che i veri problemi, dopotutto, non siano il caso Garlasco, il cane di Michele Serra o la famiglia nel bosco. Siamo in grossi guai con la chiusura dello stretto di Hormuz.

Non vi sto a dare troppi dettagli. Vi dico soltanto che ci sono almeno cinque risorse fondamentali che finora passavano indisturbate per lo stretto di Hormuz: petrolio, gas naturale, zolfo, urea (e altri composti azotati), ed elio. Ora non ci passano più, il che vuol dire una riduzione dell’approvvigionamento mondiale che si aggira dal 20% al 40% a seconda della risorsa.

Per quanto riguarda il petrolio, ha fatto particolarmente impressione un rapporto recente di Bloomberg, secondo il quale entro giugno dovremmo arrivare alla condizione di “stress operativo”. Il limite in cui i depositi e gli oleodotti cominciano a trovarsi in difficoltà. Secondo Bloomberg, se non cambia niente, a settembre si arriva al “limite operativo”, ovvero in cui gli oleodotti cessano di funzionare e le raffinerie si fermano. E questo solo per il petrolio senza il quale, bene o male, non funziona più niente.

Per non parlare di un altro problema critico: quello dei fertilizzanti azotati preparati a partire dal gas naturale. Senza questi fertilizzanti, la produzione agricola cala, anzi, rischia di collassare. E questo è molto male per quei paesi che non hanno una produzione alimentare interna sufficiente a sfamare la loro popolazione. Ce ne sono molti: una discussione estesa la trovate nel mio libro La Fine della Crescita della Popolazione (2026). State pensando all’Italia? Sì. Vi posso confermare che è fra quelli.

In più, c’è un fattore opposto: mentre gli stock si svuotano nei paesi importatori, nei paesi esportatori non si sa più dove mettere quello che si continua a produrre. E non è che basta chiudere i rubinetti. Un pozzo di petrolio deve continuare a produrre, altrimenti succedono disastri che che possono ridurre, e anche di parecchio, la quantità estraibile – o addirittura rendere il pozzo inservibile a meno di trattamenti molto costosi.

Allora, se non succede qualcosa che cambia la situazione, andiamo incontro a quello che si chiama la “tempesta perfetta” che è un modo di definire il comportamento dei sistemi complessi. Quando qualche elemento del sistema comincia a bloccarsi, si può trascinare dietro una cascata di altri fattori che si rinforzano fra di loro. E’ quello che chiamiamo collasso. Io uso spesso il termine “collasso di Seneca” da una frase del filosofo romano che diceva “la crescita è lenta ma la rovina è rapida”. Si rischia di bloccare il sistema produttivo industriale e agricolo, come pure quello commerciale.

Succederà davvero? Sperabilmente no. Tenere lo stretto aperto conviene a tutti, mentre mantenerlo chiuso non conviene a nessuno. A questo punto, la priorità massima è mettersi d’accordo, fermare la guerra, riaprire lo stretto e far ripartire le navi. Non ci eviterà i danni già fatti, ma perlomeno eviterà il peggio.

Poi, questa faccenda dovrebbe averci insegnato che dipendere dal petrolio non è una buona idea. Non è un problema che possiamo risolvere in tempi brevi, ma possiamo cominciare a muoverci verso un sistema economico più resiliente, basato su risorse rinnovabili locali. Alla fine dei conti, almeno una cosa buona è successa: le installazioni di energia rinnovabile e la produzione di auto elettriche stanno crescendo a velocità vertiginosa nel mondo!

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