La chiamano la mafia dei pascoli ed è un modo per definire le famiglie di Cosa Nostra che da decenni hanno messo le mani su migliaia di ettari di terreno pubblico riuscendo a guadagnare milioni di euro. Boschi sterminati tra i Nebrodi e le Madonie che clan importanti come i Santapaola, i Bontempo Scavo e perfino i Riina sono riusciti negli anni a farsi assegnare dalla Regione Siciliana senza che nessuno avesse mai osato opporsi. Un affare milionario per le cosche, ormai abilissime a intercettare fondi europei, che però è stato bloccato appena pochi mesi fa. Da quel momento non c’è più stata pace per Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi sfuggito ad un agguato omicida la scorsa notte. Alcuni massi piazzati sulla carreggiata, l’auto blindata costretta a fermarsi e un commando di killer che sbuca dai boschi per fare fuoco a colpi di fucile: è una scena che sembra arrivata direttamente dagli anni Settanta quella andata in onda sulla strada statale che collega San Fratello e Cesarò, due comuni in provincia di Messina. “Hanno sparato per uccidere”, dicono gli inquirenti, spiegando che Antoci si è salvato solo grazie alla blindatura della sua auto e all’intervento dei poliziotti di scorta. Per fare ipotesi sui mandanti è ancora presto, la dinamica però suggerisce che a volere morto Antoci siano le stesse persone colpite duramente negli scorsi mesi.

Insieme al questore di Messina Giuseppe Cucchiara, infatti, il presidente del Parco dei Nebrodi ha recentemente creato una task force contro l’abigeato e la macellazione clandestina: solo il primo passo verso la restaurazione della legalità in una zona da sempre dimenticata da qualsiasi autorità statale. Il secondo arriva poco dopo con il protocollo di legalità stipulato da Antoci e dal prefetto di Messina, Stefano Trotta. Un accordo che prevede l’obbligo per i concessionari dei terreni demaniali di presentare il certificato antimafia: sembra una cosa ovvia, ma fino a quel momento nessuno lo aveva mai chiesto, soprattutto per i terreni che valgono meno di 150mila euro. Risultato? La Regione Siciliana ha scoperto che almeno 4mila ettari dei suoi terreni erano in mano a soggetti riconducibili alle più importanti famiglie di Cosa Nostra: migliaia di metri quadrati di boschi e pascoli affittati da decenni a personaggi vicini ai clan.

Ma non solo. Perché la mafia dei pascoli di arcaico ha mantenuto solo il nome, specializzandosi persino nei progetti made in Bruxelles. Quei terreni, infatti, hanno fruttato nel frattempo circa due milioni e mezzo di euro di fondi europei all’anno: in pratica un affare a sette cifre con un margine di rischio praticamente minimo e senza un euro d’investimento. È in questo modo che in passato, e cioè prima che venisse richiesta la certificazione antimafia anche per i terreni che valgono meno di 150mila euro, Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò, è riuscito ad incassare 40 mila euro di fondi targati Bruxelles, mentre Salvatore Seminara, considerato il reggente di Cosa nostra ad Enna, si è visto riconoscere una sovvenzione pari a 700 mila euro.

Il banco salta quando il protocollo di Antoci viene “esportato” anche in tutti gli altri enti regionali: dei 25 imprenditori agricoli che chiedono la certificazione antimafia ben 23 se la vedono rifiutare, mentre la prefettura di Enna ottiene la revoca di tutti le concessioni dei terreni del comune di Troina, dove il sindaco Fabio Venezia vive sotto scorta dalla fine del 2015. In quel caso la commissione prefettizia scopre anche che uomini vicini ai clan erano riusciti ad evitare che gli affitti dei terreni passassero dai bandi pubblici, mentre i canoni di locazione erano stati bloccati ad un massimo di 15 euro per ettaro, il cinque percento rispetto ai contributi europei riconosciuti ogni anno da Bruxelles per la stessa quantità di terreno.

È questo l’affare milionario che Antoci ha mandato in fumo, ed è per questo motivo che da due anni è diventato il bersaglio di un’escalation di minacce senza precedenti: molotov, proiettili, lettere minatorie. “Finirai scannato tu e Crocetta”, era il testo di una lettera arrivata nel dicembre 2014 agli uffici del Parco dei Nebrodi di Sant’Agata di Militello. Poi, nel luglio successivo, una molotov con scritto “ve ne dovete andare” era stata trovata in alcune aree attrezzate nella zona di Piano Cicogna a Cesarò (sempre nel peloritano): erano deserte da anni prima di essere affidate ad alcune cooperative di giovani. Quindi è stata la volta di due buste con dieci proiettili di calibro nove individuate alla posta centrale di Palermo: i destinatari erano Antoci e Daniele Manganaro, il commissario di polizia di Sant’Agata di Militello. Lo stesso uomo che ieri notte ha messo in fuga a colpi di pistola il commando di killer sbucati dal nulla per assassinare il presidente del parco dei Nebrodi.