“Volevamo uccidere Falcone con un bazooka ma non fu possibile, anch’io partecipai a vari tentativi ma lui prendeva sempre nuovi accorgimenti”. Racconta anche questo Francesco Paolo Anzelmo, collaboratore di giustizia durante la sua deposizione nell’aula bunker di Firenze per il processo sulla strage del rapido 904. Dice che Cosa Nostra aveva già deciso di eliminare il giudice istruttore nel 1983, a ridosso della strage di via Pipitone Federico dove un’autobomba uccise il capo di Falcone, Rocco Chinnici con gli uomini della scorta. Dopo Chinnici, l’obiettivo era diventato lui, l’uomo che insieme al pool antimafia stava lavorando all’istruttoria che avrebbe portato al maxiprocesso e che grazie alle dichiarazioni di Buscetta aveva già fatto arrestare, nel settembre del 1984 oltre 300 uomini accusati di far parte di Cosa Nostra. Per questo la mafia lo voleva uccidere.

Gli obiettivi di Cosa Nostra erano chiari: i magistrati in prima linea contro la mafia e i pentiti che dopo Buscetta stavano collaborando. Per questo insieme ai progetti di uccidere Falcone, Cosa Nostra mise in atto nello stesso periodo anche l’attentato ad un altro giudice. L’obiettivo era Carlo Palermo, arrivato a Trapani dopo una maxi inchiesta sui traffici di armi e droga. Nell’aprile del 1985 Cosa Nostra preparò per lui un’autobomba sulla strada di Pizzolungo. L’attentò fallì, il giudice istruttore si salvò ma al suo posto morirono Barbara Rizzo, 32 anni e i figli Giuseppe e Salvatore di 6 anni. Ed è tra la morte di Rocco Chinnici e l’attentato a Carlo Palermo che si colloca temporalmente la bomba sul rapido 904, inserita secondo l’accusa nella strategia terroristica di Cosa nostra che culminerà con le stragi del ’93 di Roma, Firenze e Milano.

Anzelmo racconta che ci provarono più volte a preparare il piano per uccidere Giovanni Falcone, ma lui adottava sempre le sue contromisure. Così, dopo la morte di Chinnici aveva vietato la possibilità di parcheggiare nelle zone dove lui era diretto. E dopo la morte di Ninni Cassarà, ucciso con un fucile di precisione nell’estate del 1985, quando usciva di casa o dall’ufficio istruzione la macchina blindata saliva sul marciapiede per proteggerlo da eventuali cecchini.

Questo il clima che si respirava in Sicilia intorno alla metà degli anni ’80. Era il 23 dicembre del 1984, quando un treno partito da Napoli e diretto a Milano esplode nella galleria di San Benedetto Val di Sambro. I morti sono diciassette, fra loro ci sono famiglie e bambini che stavano andando dai parenti al nord per le vacanze di Natale. Nello stesso luogo, dieci anni prima, un altro treno ero esploso: l’Italicus. Per i magistrati fiorentini il mandante della strage è Totò Riina, all’epoca capo della commissione di Cosa Nostra. Per l’accusa la condanna passata in giudicato di Pippo Calò, uomo di fiducia di Riina, componente della commissione e cassiere di Cosa Nostra è fondamentale: lui non avrebbe potuto prendere decisioni se non autorizzate dai vertici della commissione e quindi da Totò Riina.

A rafforzare le accuse c’è anche la perizia tecnica sugli esplosivi rinvenuti nel maggio del 1985 in un casolare in uso a Calò, a Rieti. Lì gli inquirenti trovarono droga e esplosivo. In particolare fu rinvenuto il semtex, un esplosivo militare utilizzato per la strage del 904 e tre mesi dopo per il fallito attentato al giudice Palermo. Stesso tipo di esplosivo rinvenuto nel 1996 in contrada Giambascio a Palermo. Per questo sono importanti le dichiarazioni rese da un altro pentito, Giovanni Brusca nell’udienza scorsa. E’ stato lui, il boss di San Giuseppe Jato a raccontare che lo stesso Pippo Calò , durante un’ udienza del maxiprocesso gli chiese di far sparire l’esplosivo che era nascosto nell’arsenale palermitano. Questa è per l’accusa la prova evidente che Calò voleva nascondere le prove di un coinvolgimento di Cosa Nostra nell’attentato. Ma è lo stesso Brusca a confermare che Calò non avrebbe potuto agire se non autorizzato dalla commissione e quindi da Totò Riina.

Questa mattina però le testimonianze dei due pentiti sentiti durante l’udienza non sono state così precise. Calogero Ganci, uomo della famiglia della Noce così come Anzelmo dice di aver incontrato Calò in carcere ma di non aver mai parlato con lui della strage del rapido 904. Ma è Anzelmo ad essere più dettagliato:” Ho incontrato Calò nel carcere di Spoleto. Diceva che non era colpevole per questo attentato. Mi è rimasta impressa questa lamentela perché di tutti gli ergastoli si lamentava solo di questa condanna”. Per questo a fine udienza, l’avvocato che difende Totò Riina, Luca Cianferoni ha ribadito per l’ennesima volta che” la strage del rapido 904 ha altri colpevoli”.

Di certo, se sarà dimostrata la responsabilità di Cosa Nostra questa strage di innocenti porterebbe indietro l’orologio di un piano stragista teso a trattare con lo Stato che si mostrava forte attraverso l’azione antimafia portata avanti dai magistrati del pool e che si concluderà con le condanne definitive per centinaia di mafiosi al maxiprocesso. Resta un interrogativo al quale questa nuova fase giudiziaria sulla strage del rapido 904 potrebbe dare delle risposte: perché di fronte a obiettivi precisi e chiari (magistrati e collaboratori di giustizia), la mafia decide di scegliere la strategia della tensione uccidendo innocenti e creando quello stesso clima di paura che sarà di nuovo riproposto con le stragi del ’93.

di Michela Gargiulo