Jihadismo, foreign fighters, rivendicazioni e minacce. L’attacco dei fratelli Kouachi si è drammaticamente concluso. E mentre ancora giungono le notizie che chiariscono man mano i contorni della vicenda, ci si interroga sul terrorismo di matrice islamica in Europa e sui rischi reali che corre il nostro paese. Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo dell’ISPI di Milano, offre la sua lettura dei fatti e spiega la situazione italiana.

Nella valanga di informazioni circolate in questi giorni, cosa sappiamo di certo sui fratelli Kouachi? Chi sono e come hanno agito? Da soli o come membri di un gruppo?
Le informazioni non sono ancora complete, ma è ormai certo che abbiano avuto contatti con gruppi strutturati. Va confermato che abbiano viaggiato in Yemen o in Siria, ma di certo c’è la condanna per aver fatto parte della cellula del 19° arrondissement, caso ben noto, sono soggetti non nuovi, non come l’attentatore del parlamento in Canada, che si era radicalizzato da solo: i fratelli Kouachi hanno una storia decennale di contatto col mondo jihadista serio.

Quanto serio? Che tipo di rapporti sono stati accertati?
Le Monde ha pubblicato la foto di Chérif Kouachi con Djamel Beghal, eminenza grigia della jihad europea degli ultimi 15 anni. Come se un mafioso venisse fotografato con Totò Riina, per intenderci, quindi sono soggetti che hanno una esperienza per lo meno decennale con gruppi jihadisti. Poi se l’azione specifica dell’attacco a Charlie Ebdo sia avvenuta di testa loro o ordinata da cervelli in Yemen, in Siria o chissà dove, al momento non è dato sapere. Come in tanti attacchi del passato in Europa, probabilmente sono delle seconde file.

Come valuta la gestione della situazione da parte delle forze francesi?
I servizi segreti francesi sono tra i migliori in Europa, per efficienza, numeri, per attenzione al fenomeno, per legislazione che consente loro di fare cose che in altri paesi non si possono fare: la Francia non è così sprovveduta da questo punto di vista, anzi, tutti la prendono a modello. Poi certo, nessuno è perfetto, ci saranno stati errori umani, di leggerezza, di sottovalutazione, ma del resto ci sono cose che in una democrazia occidentale non possono essere fatte, e giustamente: il prezzo da pagare è che poi accadono fatti come questi. I servizi non hanno l’autorità di agire senza prove: l’essere radicalizzati non è un crimine, non si può esser messi in galera perché fondamentalisti. Si chiede ai servizi di fare una valutazione su migliaia di soggetti che rimarranno solo dei radicalizzati che sfogheranno le loro idee su Facebook, per individuare chi invece imbraccerà un fucile: ma come si fa a saperlo? Non si può mettere quest’onere sui servizi.

Quali rischi corre l’Italia? E cosa pensa lei delle misure annunciate dal ministro Alfano?
Sono misure abbastanza logiche e condivisibili: il nostro paese non ha le problematiche e i numeri della Francia, dell’Inghilterra e della Germania, non ha una funzione geopolitica di primissima fila e quindi non è percepito come un nemico primario dai jihadisti. Però abbiamo una posizione schierata, truppe in Iraq, Afghanistan; c’è poi l’elemento Roma e Vaticano, con un forte simbolismo che i servizi e Alfano fanno benissimo a sottolineare: ricordiamo il penultimo numero di Dabiq, la rivista ufficiale dello Stato Islamico, che aveva piazza San Pietro in copertina.

Logiche e condivisibili, ma anche efficaci?
Le contromisure sono in linea con gli altri paesi europei: ritirare i passaporti, monitorare di più internet. C’è già un livello di attenzione molto alto, ma senza manovre drastiche che cancellino le libertà civili. Questo tipo di misure vanno applicate, ma nessuno si illuda che siano risolutive: togliere il passaporto non ferma chi può procurarsene uno falso, per andare in Turchia non serve nemmeno, basta la carta d’identità. E ricordiamoci il Canada, dove i due attentatori di ottobre erano soggetti a cui le autorità avevano sequestrato i passaporti e, impossibilitati dall’andare in Siria, avevano optato per l’attentato in loco. Può diventare un’arma a doppio taglio. Anche chiudere pagine internet serve a poco. Spesso è anche difficile farlo, perché i server sono all’estero, magari negli Usa, paradossalmente uno dei paesi più restii a chiudere gli account: e poi, dopo tanta fatica, si riesce a chiudere una pagina, ma quanto ci vuole ad aprirne un’altra? Cinque minuti.

Tra le misure, il ministro Alfano ha parlato di monitoraggio di moschee e centri di aggregazione, ammettendo che non sia facile dal momento che molti di questi sono luoghi di ritrovo informali. Che cosa ne pensa?
C’è già da tempo un’attenzione sulle moschee italiane, un lavoro capillare di monitoraggio da parte dei servizi, sono ambienti molto controllati, sia le quattro o cinque ufficiali, che le altre ufficiose, più piccole, sparse per il territorio. Esistono poi piccoli gruppi di preghiera, luoghi di aggregazione dove vanno 30/40 persone, ambienti molto chiusi, lì come si fa a penetrare? È molto più difficile. Non si tratta di fare una legge, ma di capire dal punto di vista operativo come penetrare un ambiente del genere. Alcune delle ultime indagini di terrorismo fatte in Italia partono spesso da segnalazioni fatte dai servizi, dai Ros, dalla Digos all’interno delle moschee. Chiaramente, si parla di alcune realtà critiche in un panorama molto grande di moschee italiane che sono tranquille, le problematicità sono note e ci sono ottime operazioni fatte, come ad Andria, in Veneto e così via.

Dopo l’attacco a Charlie Hebdo, a Milano si è riaperto lo scontro politico sulla costruzione della nuova moschea.
La situazione di Milano è tutta un’altra cosa ed è una realtà che da milanese conosco bene: è chiaro che Milano deve avere una moschea, è imbarazzante che una città con ambizioni di grande megalopoli, che sta per ospitare l’Expo, con una grande popolazione musulmana non abbia una moschea vera e propria. Il problema non è “moschea sì, moschea no”, ma “moschea a chi”. Il problema è che i gruppi che si sono presentati con offerte importanti per gestire quella che dovrebbe essere la grande moschea di Milano sono gruppi con storia e ideologia estremamente problematiche: se la moschea viene gestita da organizzazioni che per decenni hanno portato a Milano alcune delle più importanti voci del fondamentalismo islamico, posso immaginare che faranno lo stesso in futuro. Le autorità cittadine darebbero un pulpito e un supporto politico-finanziario a organizzazioni che hanno una storia ventennale e recente di simpatia e di supporto per l’ideologia fondamentalista e che non sono i soggetti più adeguati ai quali affidare la gestione della grande moschea. Chi ha il background più fondamentalista ha accesso a fondi cospicui (e sarebbe interessante conoscerne la provenienza), mentre chi ha il background più accettabile, in alcuni casi encomiabile, non ha questo tipo di supporto e in sostanza non ha i soldi per gestire la moschea.

Il ministro Alfano ha parlato anche del controllo dei flussi migratori. Che ne pensa? Sono misure utili? Sufficienti?
L’ultima volta che Alfano aveva parlato, aveva dichiarato che non c’erano comprovati legami tra fondamentalismo e flussi di immigrazione clandestina. È chiaro che nel dibattito politico è facile mischiare le due cose, ma preferirei che ci si basasse sui fatti. È vero che a Palermo è stata aperta un’inchiesta su possibili legami tra immigrazione e jihadismo, ma i vari foreign fighters di cui parliamo oggi non sono certo arrivati coi barconi: sono soggetti nati e cresciuti in Europa, come i fratelli parigini. Poi che ci possa essere un’infiltrazione anche coi barconi, io non lo posso escludere, ma quel che è certo è che in Libia ci sono organizzazioni jihadiste che si arricchiscono col traffico di clandestini, la dinamica importante secondo me è questa. Se dovessero portare gente in Italia e in altri paesi europei, le organizzazioni islamiste hanno altri mezzi più sicuri. Ed è pieno di gente coi nostri passaporti. Non hanno bisogno di arrivare coi barconi, è più facile trovarli tra gli scafisti che tra i migranti.