Molto soddisfatti. I pm palermitani tornano a casa con un sorriso raggiante. Per il Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi “il Capo dello Stato ci ha offerto elementi che consolidano il capo di imputazione di minaccia o violenza a corpo dello Stato. Abbiamo potuto porre tutte le domande al Capo dello Stato che non si è mai sottratto ad alcuna domanda” .  
Alla luce del risultato dal punto di vista processuale, ne è valsa la pena?  
Certamente è stato molto utile e la mia sensazione è che anche il presidente abbia colto l’importanza di questo momento processuale. È stata una lezione di democrazia e un grande contributo all’accertamento della verità.  
La vostra ipotesi accusatoria è che lo Stato abbia subito nel 1992-1993 una sorta di ricatto a suon di bombe da Cosa Nostra. Napolitano, allora presidente della Camera, ha fornito elementi a supporto di questa tesi?  
Secondo noi l’ipotesi accusatoria esce fortemente confermata. Il presidente ha detto sostanzialmente che i vertici delle istituzioni avevano la piena consapevolezza che gli attentati e le stragi fossero opera della mafia corleonese. E “che l’obiettivo era destabilizzare lo Stato per porre un aut aut alle istituzioni.  
In questo quadro Napolitano ha parlato di una triade istituzionale in contatto continuo?  
In quei giorni, dopo le stragi, si sono sentiti con il presidente Spadolini e il presidente Scalfaro. Nessuno ebbe dubbi su questa analisi.  
Oggi, tra quelli, Napolitano è l’unico in vita  
È una constatazione che conferma la necessità di sentirlo.  
Di tutti gli esponenti delle istituzioni sentiti finora il presidente è stato l’unico a dire che la mafia ha ricattato lo Stato con le bombe e che lo Stato era consapevole. I ministri di allora, Giovanni Conso e Nicola Mancino, non hanno detto nulla di simile  
Non c’è dubbio. Il presidente è stato il più netto.  
C’è stata un po’ di irritazione del presidente alle domande degli avvocati della difese?  
Forse un paio di domande sono state percepite come più provocatorie. Una domanda dell’avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, riguardava la famosa frase di Oscar Luigi Scalfaro: ‘Non ci sto’. La Corte l’ha esclusa perché estranea al tema probatorio, prima ancora che potessi oppormi io. Quando mi sono alzato per oppormi ho colto lo sguardo del presidente che credo abbia apprezzato.
da il Fatto Quotidiano del 29 ottobre 2014