Soldi a boss mafiosi, detenuti al 41 bis e condannati all’ergastolo perché autori di stragi, in cambio d’informazioni sulle associazioni criminali di cui fanno parte. C’è anche questo nel Protocollo Farfalla, l’accordo segreto stipulato nel maggio del 2004 tra il Sisde guidato da Mario Mori e il Dipartimento amministrazione penitenziaria diretto all’epoca da Giovanni Tinebra. “L’attività d’intelligence convenzionalmente denominata Farfalla” era attiva già dai mesi precedenti, probabilmente fin dal gennaio 2003, ma è nel maggio 2004 che lascia per la prima volta una traccia scritta. Sei pagine senza timbri, intestazioni e firme, con la dicitura “Riservato” all’inizio del primo foglio: è tutto qui il Protocollo Farfalla, l’accordo top secret desecretato di recente da Matteo Renzi, che il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato vorrebbe acquisire agli atti del processo d’appello contro Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

La procura di Palermo, però, ha trovato informazioni interessanti soprattutto dai due “appunti” allegati al protocollo: c’è, infatti, una lista che elenca alcuni nomi di detenuti in regime di 41 bis ai quali i servizi vorrebbero estendere l’operazione d’intelligence denominata Farfalla, che prende in prestito il nome in codice dal romanzo Papillon di Henri Charriére. In quell’elenco di nomi allegato al protocollo, gli 007 comunicano quali detenuti hanno “preindividuato” dopo averne testato la “disponibilità di massima” a “fornire informazioni” in cambio di “un idoneo compenso da definire”.

Denaro quindi, proveniente dai fondi riservati dei Servizi da versare a soggetti esterni alle carceri ma indicati dagli stessi boss carcerati. Tra i detenuti che nel maggio 2004 sono pronti a fare da confidenti ai servizi in cambio di soldi ci sono pezzi da novanta come Fifetto Cannella, il boss di Brancaccio condannato all’ergastolo per la strage di Via d’Amelio, Vincenzo Boccafusca, il padrino del mandamento di Porta Nuova che ordinava omicidi al telefono mentre si trovava agli arresti domiciliari, Salvatore Rinella, capomafia di Trabia vicino al pentito Nino Giuffrè, più il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo, autore di recente di alcune rivelazioni sulla reale identità di Faccia da Mostro, presunto killer che a cavallo tra apparati dell’intelligence e Cosa Nostra si muove sullo sfondo delle stragi del 1992. In quei mesi del 2004 però i servizi vogliono assoldare anche boss di altre associazioni criminali. Ecco quindi che gli 007 indicano tra i boss pronti a diventare confidenti i camorristi Antonio Angelino e Massimo Clemente, più Angelo Antonio Pelle, esponente della ‘ndrangheta che qualche anno dopo riuscirà ad evadere dal carcere di Rebibbia.

È questo che è successo? Boss mafiosi tra gli stragisti di Borsellino pagati con i soldi dei servizi? Un interrogativo enorme su cui continuano ad indagare gli investigatori, al quale se ne aggiunge un altro ancora maggiore: che tipo di informazioni hanno fornito negli anni i boss individuati dalla lista allegata al Protocollo? Difficile trovarne traccia, dato che l’accordo tra Dap e Sisde prevede per i detenuti “l’esclusività e la riservatezza del rapporto”: in pratica i confidenti non avrebbero potuto parlare con altri esponenti delle istituzioni. E spettava soltanto agli agenti del Sisde la “canalizzazione istituzionale delle risultanze informative a cura del Servizio”: tutto quello che veniva carpito all’interno delle carceri (in cambio di denaro) non sarebbe quindi finito sui tavoli dei magistrati competenti, come previsto dalla legge, se non quando lo avessero deciso gli stessi 007. E’ da quel momento che nei penitenziari italiani prendono vita tutta una serie di rapporti borderline tra 007 e boss mafiosi di massimo grado: rapporti regolati dal denaro e dalle mezze confidenze che dallo stomaco di Cosa Nostra finiscono negli appunti degli uomini di Mori.

Secondo la commissione parlamentare antimafia, il Protocollo Farfalla cessa di esistere nel 2007, perché superato da nuove norme che regolano l’attività dei servizi all’interno dei penitenziari. Non la pensa così la procura di Palermo, che oggi indaga su almeno tre casi in cui si ritrovano rapporti opachi tra detenuti e uomini dell’intelligence. Come il caso del pentito Sergio Flamia, avvicinato in carcere dagli 007 anche dopo la sua decisione di collaborare con la magistratura, o quello di Rosario Cattafi, il boss di Barcellona Pozzo di Gotto conosciuto anche con l’appellativo di “Sariddu dei servizi segreti”, fino ad arrivare ad Alberto Lorusso, “l’uomo cimice”appassionato di linguaggi in codice e antichi alfabeti, che riesce a far sciogliere la lingua a Totò Riina. Solo tre casi che per gli inquirenti testimoniano come dentro le carceri di massima sicurezza l’ombra borderline degli 007 continua ad allungarsi ancora oggi.

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