Tralasciamo il fatto che Philippe Daverio sia il presidente della giuria del Premio Fondazione Henraux (ovvero una delle multinazionali che detengono le cave di marmo nelle Alpi Apuane), sbarazzandoci del sospetto che da quella posizione non si sia proprio neutrali e attendibili nel dire alcune cose, e concentriamoci sulle cose dette dal Daverio: ovvero che “impedire di coltivare le cave sulle Apuane sarebbe come impedire di coltivare i vitigni del Chianti”.

Un enunciato privo di senso, dal punto di vista logico. Si pensi all’uso manipolatorio del verbo “coltivare” (ciò che fa di quell’enunciato un paralogismo, tecnicamente): da una parte – quella delle viti – designa il lavoro di cura di un terreno al fine di far fruttificare una pianta (la “natura” del resto è, per i greci, physis: ovvero il venire alla luce delle piante); dall’altra – quella delle cave – la terra, invece che essere curata, viene escavata, sottratta, distrutta. Da una parte, un accrescimento d’essere; dall’altra, un venir meno di essere.

Da una parte, non ci sono alterazioni significative della morfologia dell’ambiente (gli stessi terrazzamenti seguono i profili dell’ambiente naturale); dall’altra, l’ambiente naturale viene violentemente modificato (creste delle montagne abbassate di cinquanta metri, cime di monti come denti cariati, falde acquifere compromesse, voragini aperte). Da una parte, c’è una tecnologia che si rinnova ciclicamente; dall’altra, c’è una risorsa esauribile che non si rigenera più. Da una parte, c’è un lavoro millenario che si tramanda di generazione in generazione; dall’altra, c’è un lavoro iper-tecnologico che si concretizza in una devastazione naturale.

E sì, perché nella retorica dei Daverio c’è il marmo di Michelangelo e del David: peccato che non consideri minimamente quanto l’uso delle nuove tecnologie negli ultimi trent’anni abbia completamente cambiato lo scenario. Altro che i tempi di Michelangelo, oggi le cose sono radicalmente mutate anche solo rispetto a qualche decennio fa: quello che si escavava in un mese oggi lo si scava in un giorno (e, come ripetutamente detto, non per produrre lastre di marmo, ma carbonato di calcio per le lavorazioni industriali). Si confrontino le foto degli stessi luoghi a trent’anni di distanza e si misurerà l’ampiezza della distruzione. Certo, le cave sono parte del paesaggio, come dicono gli imprenditori del marmo provando a balbettare qualche giustificazione teorica della loro attività predatoria: solo che paesaggio si definisce come “forma dell’ambiente in quanto ne rappresenta la forma visibile”, e dunque la loro è una vuota tautologia. Il punto è l’alterazione a fine predatori, la non rigenerazione, la distruzione. Altro che paesaggio.