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Perché i terremoti del Friuli rappresentarono la prima importante lezione moderna per la sismologia italiana

Da quell’evento in poi, la sismologia in Italia cominciò a cambiare le sue metodologie e i suoi paradigmi, un processo che vide un’accelerazione definitiva dopo il 1980
Perché i terremoti del Friuli rappresentarono la prima importante lezione moderna per la sismologia italiana
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Il terremoto in Friuli del 6 maggio 1976 fu una delle maggiori catastrofi sismiche in Italia nell’ultimo secolo, preludio all’ancor più catastrofico terremoto irpino-lucano del 23 novembre 1980. Interi paesi risultarono quasi del tutto distrutti, tra cui: Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese. Morirono, dopo il forte terremoto del 6 maggio, quasi 1000 persone; 3000 furono i feriti, quasi 200.000 persone rimasero senza casa.

Dopo la scossa di magnitudo 6.5 che fu seguita entro pochi giorni da altri tre eventi di magnitudo maggiore di 5, avvennero altre 4 forti scosse circa 4 mesi dopo: 11 settembre (due scosse di magnitudo maggiore di 5) e 15 settembre (due scosse di magnitudo 5.9 e 6.0), e poi un’altra ancora a distanza di un anno, il 16 settembre 1977. Il nostro paese sperimentò quindi una tipica sequenza sismica con diversi forti terremoti, come ce ne saranno diverse negli anni a venire, e la cui natura divenne chiara, dalla ricerca sismologica internazionale, soltanto molti anni dopo.

La causa dei terremoti del Friuli, anch’essa chiarita una decina di anni dopo gli eventi, è il movimento rotatorio, in senso antiorario, della microplacca adriatica, che causa la compressione S-N della catena alpina orientale, dove la microplacca adriatica collide con la zolla eurasiatica. Questa compressione N-S genera appunto terremoti detti ‘di faglia inversa’, con lo scorrimento della placca adriatica al di sotto della catena alpina. La rotazione antioraria della microplacca adriatica, oltre alla compressione nelle Alpi, genera anche la distensione della catena appenninica; distensione via via maggiore verso Sud, ossia allontanandosi dal fulcro di rotazione che è situato nella parte più settentrionale dell’Appennino, nell’area di Parma-Piacenza.

Il terremoto irpino-lucano di quattro anni dopo, infatti, caratterizzato da un meccanismo differente, detto ‘di faglia normale’, era infatti dovuto alla distensione dell’Appennino, come effetto della stessa rotazione antioraria.

Tornando alla sequenza sismica del Friuli, c’è da dire che la quasi totalità delle vittime fu dovuta alla prima scossa, quella del 6 maggio, poiché le scosse successive trovarono la popolazione già allertata e le abitazioni pericolanti e/o lesionate già sgombrate. I terremoti del Friuli rappresentarono la prima importante lezione moderna per la sismologia italiana, prodromo del terremoto irpino-lucano che fece entrare definitivamente la sismologia italiana nell’era moderna, e il nostro paese tra i più evoluti in questa disciplina. All’epoca non esisteva ancora una rete sismica nazionale affidabile e centralizzata, e le registrazioni sismologiche di quei terremoti e delle loro repliche furono curate principalmente dall’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste (oggi Inogs: Istituto Nazionale Osservatorio Geofisico Sperimentale).

Da quell’evento in poi, la sismologia in Italia cominciò a cambiare le sue metodologie e i suoi paradigmi, un processo che vide un’accelerazione definitiva dopo il 1980. Per avere coscienza della necessità di una rete sismica nazionale densa ed affidabile, e una protezione civile efficace in grado di gestire al meglio le catastrofi sismiche e gli altri eventi catastrofici, bisognerà attendere il terremoto del 23 novembre 1980, che causò 3000 morti e rappresentò la più grande catastrofe dell’ultimo secolo. E in ogni caso, anche decenni dopo i terremoti del Friuli, i dati e le osservazioni rilevati per questi eventi hanno costituito un importante esempio per comprendere come utilizzare al meglio la sismologia per prevedere le accelerazioni al suolo e dunque i danni che i forti terremoti possono provocare.

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