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Il messaggio di San Francesco sull’ambiente, il teologo Maranesi: “Libertà, cura e proprietà riguardano anche la Natura”

"Senza nulla proprio": in un saggio il docente mette al centro una domanda per tutti noi - cosa significa essere veramente liberi in un mondo ossessionato dal possesso - e sottolinea il carattere profondamente ecologico della “cura di qualcosa che non è mai nostro”
Il messaggio di San Francesco sull’ambiente, il teologo Maranesi: “Libertà, cura e proprietà riguardano anche la Natura”
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Un Francesco letto attraverso il tema, chiave e forse sottovalutato, del rapporto con la proprietà, con i beni, con il potere. Una relazione difficile perché, se è facile liberarsi delle cose materiali, molto più complesso risulta evitare di vivere la verità – e la propria stessa identità, quella di Francesco – come una proprietà. È di questa tensione continua sperimentata dal frate e poi santo al centro del libro Senza nulla proprio. Libertà, cura e proprietà in Francesco d’Assisi scritto da Pietro Maranesi, frate cappuccino, professore di teologia all’Istituto superiore di Scienze religiose di Assisi e docente di Francescanesimo all’Istituto teologico di Assisi e all’università Antonianum di Roma. Un libro che, mentre mette al centro una domanda per tutti noi (Cosa significa essere veramente liberi in un mondo ossessionato dal possesso e dall’ascesa sociale?), sottolinea il carattere profondamente ecologico della “cura di qualcosa che non è mai nostro”.

Lei parte dall’etimologia di “proprio”, legata alla questione del potere.

Esatto, “proprio” vuol dire prossimo a me, tanto da potermici sedere sopra, così da essere mio “possedimento”. Il problema però sta non tanto nelle cose in sé, ma nel rapporto con cui ci poniamo rispetto ad esse, nella modalità con cui le utilizziamo, se diventano strumento perché la vita sia più ricca e condivisa o il fine. Per Francesco il potere ti dà una posizione che ti mette sopra gli altri, ma il punto, di nuovo, è se quella posizione che ti dà il possesso è un modo migliore o no per servire e per fare intorno a te un mondo migliore: questo credo sia la questione fondativa del problema della proprietà.

“Sine proprio” significa rinuncia ai beni ma significa anche una trasformazione del cuore e del modo di pensare a sé e relazionarsi agli altri. Può spiegarci meglio?

Francesco sentiva che la libertà dai nostri beni nasconde il rischio di trasformare questa povertà nella nostra ricchezza: “Io sono più povero di te”. La povertà diventa paradossalmente la proprietà più potente, perché si può trasformare in disprezzo e in superbia. Allora, di nuovo, il discorso non è quello di non avere niente di proprio, ma avere una libertà del cuore: fare di ciò che hai non un rapporto di concorrenza e dominio, ma di servizio reciproco e condivisione. C’è un’antropologia ideale in gioco.

Anche la predicazione, lei ricorda, per Francesco non va imposta. Infatti chiede di andare nelle case “dal basso”, senza pulpito, senza cavallo, senza l’obiettivo di convertire.

Per Francesco l’incontro con il diverso non può diventare mai una rivalità, non può essere un “Io ho tutta la verità, e tu nulla, e dunque te la propongo o te la impongo. Qui c’è tutta la questione culturale, politica ed economica del colonialismo cristiano, che è stato un disastro enorme perché ha fatto terra bruciata, annullando ogni valore agli altri e imponendo il nostro valore come unico, come proprietari arroganti e prepotenti. La verità può essere una proprietà da possedere e imporre.

Francesco si trova immerso nel dilemma drammatico tra difendere la sua identità evangelica contro chi voleva distruggerla e il non viverla al tempo stesso come sua appropriazione. Riuscì a risolvere questa tensione?

Credo che questo sia il dramma di ognuno di noi, cioè mettere insieme, come dice il sottotitolo del libro, libertà e cura nella proprietà o con la proprietà. Perché la proprietà sia buona deve essere anche passione della cura. Ma una cura assoluta dice “io non posso perdere questa proprietà che curo”, diventando così proprietà, dall’altra parte una proprietà senza cura è disinteresse. Questo dilemma, che è quello poi intrinseco nel suo nome, Francesco non lo risolve del tutto e nel “Testamento” resta incerto su quale parte debba prevalere: anche se lui si definisce sempre e solo frate Francesco, mettendo insieme la libertà di essere frate, cioè di non aver nulla, di essere quell’uomo libero che non ha più la trappola del potere simbolico, però è un fratello che si chiama Francesco, che ha una proprietà di identità che in qualche modo è chiamato a curare. Ognuno di noi vive queste necessaria tensione. Narrare Francesco perdendo questo suo intimo dramma significa depotenziare la sua vicenda.

Come si può attualizzare, in un contesto di capitalismo estremo violento, il discorso di Francesco sulla proprietà e sull’identità?

Se si afferma l’idea che siamo proprietari “alla Trump”, i risultati saranno disastrosi, una guerra commerciale, politica ed economica totale. Se invece ci si siede intorno a un tavolo accettando che ciò di cui parliamo non è un nostro possesso, una “roba nostra”, allora anche nella diversità i risultati si trovano, andranno in una direzione guidata dal desiderio comune di bene, non dominato da una voglia di possesso. In questo prospettiva, i poveri, gli ultimi giocano un ruolo enorme nei confronti dei ricchi proprietari: li richiamano a quanto della loro proprietà è condivisa, aiutandoli affinché essa non diventi cattiva, cioè non vada verso il dominio e dunque verso la morte.

Curare qualcosa anche se non lo si possiede. È anche un messaggio ambientalista?

Sicuramente il discorso di Francesco si allarga e coinvolge anche la proprietà sulla natura e il modo in cui debba essere utilizzata, con l’atteggiamento del padrone o del servo. Gli ambientalisti richiamano l’urgenza di un rispetto del mondo. Possono essere radicali a volte, ma i profeti debbono essere disturbanti ed “esagerati”, anche Francesco. Francesco ha una forza profetica, mette in campo cose che tutti istintivamente sentiamo buone e vere, ma che poi sono disturbanti quando si tratta di metterle in pratica facendo scelte meno egoistiche. Quanto abbia funzionato nella Chiesa il messaggio di Francesco per farla diventare libera dal potere e attenta al servizio, è però difficile dirlo. Tuttavia, la celebrazione con cui stiamo vivendo questa memoria dice che il suo desiderio di vita evangelica è un’eredità ancora buona, preziosa, fondamentale per dare al nostro mondo motivi di speranza.

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