Il dilemma dell’onnivoro: così monocolture e fertilizzanti chimici minacciano la Terra
di Nadia D’Agaro
Risale alla metà di aprile l’allarme della Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), su una possibile crisi alimentare globale in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz e il conseguente mancato rifornimento di fertilizzanti chimici per l’agricoltura, ma non sono mancati gli avvertimenti degli scienziati sul pericolo di una agricoltura che sfrutta in modo massiccio, intensivo, scriteriato, il suolo: già nel 2006, cioè vent’anni fa, esce negli Usa il saggio di Michael Pollan, Il dilemma dell’onnivoro, il cui primo capitolo è dedicato a una pianticella, modesta, forte, assertiva e invadente, una superpianta: il mais: “Parte prima; La catena industriale: l’impero del mais; 1.Storia di una pianta; 2.La fattoria; 3.Il silo; 4.La fabbrica della carne. il feedlot…”
La “Corn Belt”, la “cintura del mais”, è una regione degli Stati Uniti medio-occidentali dove il mais è la coltura dominante, o meglio, la monocoltura dominante. E dove non si coltiva altro che una pianta, per nutrire gli animali d’allevamento intensivo, la biodiversità vegetale, che pure ha una ragione di esistere sulla Terra quanto la biodiversità animale, si ammala, deperisce, muore, e trascina con sé nella sua morte tutta la catena alimentare.
“Liberata dai vecchi vincoli biologici, la fattoria si può ora condurre con criteri industriali: è diventata una fabbrica che trasforma materie prime (i fertilizzanti chimici) in prodotti lavorati (il mais). Poiché non è più necessario generare e conservare la fertilità dei campi con rotazioni e uso di varie specie, si apre la strada alla monocoltura, ed è possibile trasferire alla natura i principi industriali dell’economia di scala e della meccanizzazione. Se è vero, come si dice, che l’agricoltura è stata la prima caduta dell’uomo dal suo stato naturale, la scoperta dei concimi di sintesi è stato un secondo, precipitoso scivolone. La fissazione chimica dell’azoto ha fatto sì che la catena alimentare voltasse le spalle alla ragione biologica e abbracciasse quella industriale. Anziché attingere esclusivamente alla fonte solare, l’umanità ha iniziato a bere i primi sorsi di petrolio.”
Nel suo saggio sulla produzione mondiale di cibo, uscito in Italia nel 2008 per Adelphi nella traduzione di Luigi Civalleri e nel 2011 per Giunti nella traduzione di Maurizio Bartocci, testo adattato da Richie Chevat con fotografie e diagrammi – “versione per giovani adulti” – l’autore non si interessa dei diritti animali, ma mette in guardia da una eccessiva dipendenza dai fertilizzanti, dalla chimica, quando l’animale non è altro che una macchina e non viene più utilizzato per fertilizzare lui il suolo, come avviene invece nell’agricoltura integrata. Anche il “biologico industriale” è da lui criticato, in quanto in realtà non si allontana da una visione industriale della produzione di cibo. L’animale-macchina, il consumatore-macchina, la Terra nient’altro che un gigantesco silo da sfruttare.
L’uomo moderno vede negli animali solo lo sfruttamento, non l’insegnamento possibile derivato dal loro modo di essere nel mondo, dalle loro strategie di sopravvivenza. Un allontanamento sempre più radicale dal contatto con la natura è avvenuto prima con il passaggio dallo stato di raccoglitori-cacciatori all’invenzione dell’agricoltura, che ha reso l’uomo stanziale e non migrante stagionale (come sono appunto tante specie animali ancora strettamente connesse con la natura); e poi il passaggio all’agricoltura con fertilizzanti chimici, che ha rotto il contatto sole-acqua-suolo, come ha spiegato Pollan in questo testo.
La crisi alimentare è lì, alle porte: ma non è che nessuno ci aveva avvertito. I Nativi Americani avrebbero detto “Mitakuye oyasin”, “Siamo tutti fratelli” (saluto rituale Lakota): gli animali sono nostri fratelli, tutto è connesso.