L’ultima strage di Cosa Nostra non fa rumore. Non è un omicidio, non sparge sangue a colpi di kalashnikov e non ha bisogno di tritolo. Perché l’ultimo eccidio lasciato in eredità dai boss affonda il suo potenziale di morte in profondità, decine e decine di metri sottoterra, nel silenzio della campagna siciliana. Il nuovo triangolo della morte in Sicilia dimora in lembi di terra sconosciuti: Pasquasia, Mussomeli, Bosco Palo. Tutti nomi di cave ormai dimenticate ma che un tempo rappresentavano l’industrializzazione dell’isola. Perché quelle cave all’inizio del secolo scorso erano miniere di zolfo, di salgemma, utili persino a Giovanni Verga per raccontare del suo Rosso Malpelo.

Finiti i tempi d’oro dello zolfo, cresciuti i carusi sopravvissuti allo sfruttamento, quelle miniere tornarono a diventare semplici cave. Incustodite, abbandonate. Buchi neri scavati nella salgemma e quindi utilissimi per inghiottire ogni tipo di veleno prodotto dalla superficie. Un’occasione troppo ghiotta per i manager di Cosa Nostra che d’accordo con i cugini della Camorra campana misero su la più ricca multinazionale di smaltimento rifiuti. Polveri di metallo, amianto, scorie liquide, rifiuti ospedalieri speciali e persino radiottivi attraversarono l’Europa e il Nord Italia, per finire seppellite nel Meridione. “Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? – ha raccontato l’ex camorrista Carmine Schiavone già nel 1997 – L’essenziale era il business. So per esperienza che, fino al 1991, per la zona del sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia”.

Verbali subito secretati, ricorda Antimafia Duemila, e i veleni trafficati dalle cosche rimasero ancora una volta a dormire sottoterra. Non è la Terra dei Fuochi e non è la Campania, non è l’Ilva di Taranto e nemmeno il Petrolchimico di Gela: nel cuore della Sicilia, le miniere un tempo ricche di zolfo sono rimaste per un trentennio a custodire nello stomaco rifiuti di ogni specie. Che oggi continuano ad uccidere nel silenzio. Perché nel lembo di terra tra Caltanissetta, Enna e Ragusa, morire di tumore è più facile che nel resto d’Italia.

Se ne sono accorti anche alla procura di Caltanissetta, dove dopo un’inchiesta archiviata negli anni Novanta, i pm guidati da Sergio Lari hanno aperto nel 2012 un’indagine per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Il riserbo sull’inchiesta è massimo, in Procura le sono cucite e nessun nome sarebbe ancora stato iscritto nel registro degli indagati, ma gli investigatori nisseni stanno cercando soprattutto di incrociare i dati, molti dei quali accumulati dall’ex assessore provinciale Salvatore Alaimo. Numeri sconcertanti che raccontano di come negli 11 Comuni vicini alle miniere di Pasquasia e Bosco Palo il 43 per cento dei decessi avvenga a causa di tumore, quattro volte in più di quanto accade a Gela, che pure è appestata dagli anni Sessanta dalle ciminiere del Petrolchimico.

Numeri catastrofici che peggiorano ancora se si allarga il cerchio all’intero territorio nisseno dove nel biennio 2008-2009 i malati di tumore sfiorano i 4mila casi, contro i 1.200 della media nazionale. In provincia di Caltanissetta, in pratica, chi vive vicino ai poli industriali ha più possibilità di sopravvivenza rispetto a chi abita vicino a una miniera abbandonata. Perché abbandonate quelle miniere non lo sono, nonostante parecchie siano state dismesse già negli anni Ottanta.

“Fino al 1994 gli abitanti della zona raccontano di aver visto un via vai di camion: nessuno sa cosa trasportassero, ma li vedevano dirigersi verso le miniere che invece avrebbero dovevano essere chiuse da almeno un decennio” racconta Saul Caia, autore insieme a Rosario Sardella della video inchiesta Miniere di Stato. I due giornalisti, durante un sopralluogo nei pressi della miniera di Bosco Palo, si sono imbattuti in alcuni documenti che proverebbero l’arrivo in Sicilia di rifiuti speciali ospedalieri provenienti da Forlì in maniera assolutamente clandestina. “Per anni un traffico di rifiuti speciali ha interessato la Sicilia, usata come enorme pattumiera con ingenti guadagni per i clan mafiosi, in un contesto di silenzio generale delle autorità preposte al controllo del territorio. Appare logico ipotizzare che l’area mineraria dismessa tra le province di Enna e Caltanissetta, a causa della totale mancanza di vigilanza, possa essere identificata come l’area finale dello stoccaggio illegale dei rifiuti speciali. Anche per via di una forte presenza mafiosa nel territorio” scrive il deputato di Sel Erasmo Palazzotto in un’interrogazione parlamentare del maggio scorso.

Un caso, quello delle ex cave trasformate in discariche di rifiuti tossici, che è approdato anche in Regione, dove il capogruppo del Movimento Cinque Stelle Giancarlo Cancelleri ha chiesto e ottenuto l’istituzione di una sottocommissione sulle miniere all’assemblea regionale. In Sicilia le ex cave poi diventate pozzi di morte sarebbero almeno quattro: l’ex miniera Ciavalotta a pochi metri dalla valle dei Templi di Agrigento, la cava di Mussomeli e quella di Bosco Palo, vicino San Cataldo (Caltanissetta), chiusa negli anni Ottanta ma visitata fino a pochi anni fa da anonimi camion probabilmente stracolmi di rifiuti da seppellire. Poi c’è la miniera di Pasquasia a Enna, fino al 1988 serbatoio dorato di salgemma per l’Italkali. Qui per anni lavorò come caposquadra un uomo d’onore, Leonardo Messina, fedelissimo del boss Piddu Madonia. “Cosa Nostra usava dal 1984 le gallerie sotterranee per smaltire scorie nucleari” raccontò Messina al giudice Paolo Borsellino, dopo essere diventato collaboratore di giustizia. Era il 30 giugno del 1992, pochi giorni prima che Borsellino saltasse in aria nella strage di via d’Amelio. Ventuno anni dopo in Sicilia un’altra strage continua a mietere vittime ogni giorno. In maniera più subdola, più infida, più silenziosa, ma sempre con la stessa firma: quella di Cosa Nostra.

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