Mancata cattura di un boss ricercato senza tregua da anni. C’è anche questa “accusa” nella lista degli addebiti che il Cms imputa al procuratore capo di Palermo. Francesco Messineo non avrebbe favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio e “conseguenza di questo difetto di coordinamento sarebbe stata la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro” scrive nell’atto di incolpazione, citando l’accusa del pm Leonardo Agueci. Nell’agosto scorso i carabinieri del Ros “interruppero” le indagini per cercare il mafioso trapanese proprio per le polemiche sorte all’interne della Procura di Palermo e dopo un blitz della Polizia, autorizzato proprio da Messineo. Il Ros poi smentì ribadendo che la cattura del padrino di Castelvetrano restava “un obiettivo primario del Ros che continua a svolgere le indagini delegate dalla procura di Palermo con lo stesso impegno”.

La decisione di aprire la procedura di trasferimento è passata con il voto favorevole di tutti i componenti della Commissione, ad eccezione del laico del Pdl, Niccolò Zanon, che si è astenuto. Il procuratore di Palermo è stato convocato per il 2 luglio prossimo dalla Commissione: in questa audizione Messineo, con l’assistenza di un difensore, potrà difendersi dalle contestazioni che gli vengono mosse. La Prima commissione del Csm ha diffuso una nota nella quale spiega che la convocazione del magistrato “costituisce l’atto iniziale del procedimento, anche con finalità di garanzia, e ha lo scopo di consentire al magistrato di esporre le sue ragioni”.

“Condizionato da Ingroia che tenne nel cassetto intercettazione che riguardava il capo”. L’alto magistrato rischia il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. La prima commissione del Csm ha aperto la relativa procedura, contestandogli inoltre una gestione debole dell’ufficio che non garantirebbe la necessaria indipendenza. L’accusa che viene mossa nei confronti del procuratore di Palermo è anche quella di aver avuto rapporti privilegiati con Antonio Ingroia, già procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano e leader di Azione Civile, che lo avrebbe condizionato nelle sue decisioni. Una situazione che avrebbe determinato spaccature e incomprensioni nella Procura palermintana. Dove c’era il “sospetto” che il capo “avesse perso piena indipendenza” nei confronti di Ingroia o che ci fosse comunque con lui un “rapporto privilegiato” (“peraltro successivamente ammesso” dal diretto interessato) che avrebbe determinato un suo “condizionamento”. In questo quadro inserisce anche il fatto che Ingroia tenne per cinque mesi le intercettazioni che riguardavano Messineo, prima di trasmetterle a Caltanissetta. Le intercettazioni in questione, che poi hanno dato luogo all’indagine della procura di Caltanissetta a carico di Messineo archiviata oggi dal gip, risalgono al giugno 2012 e furono “conosciute dal dott. Ingroia presumibilmente sin da allora”. Tuttavia la Procura di Caltanissetta venne “informata soltanto nel novembre 2012, ovvero soltanto pochi giorni prima” che Ingroia “lasciasse l’incarico di aggiunto presso la procura di Palermo”.

Ma il magistrato nega: “E’ paradossale: non ho condizionato nessuno né ho tenuto nel cassetto alcunché, come dimostra il fatto che il cognato di Messineo è stato rinviato a giudizio proprio su mia richiesta. Non so se questa iniziativa del Csm mi faccia più preoccupare o sorridere – dice Ingroia all’Adnkronos – la verità è che si tratta di un sorriso amaro. Si profila un possibile trasferimento per incompatibilità di Messineo, la cui serenità sarebbe stata condizionata non dalla mafia ma dal pm antimafia che più a lungo, negli ultimi 20 anni, l’ha combattuta a Palermo. Una cosa davvero curiosa, frutto dei tempi…. Chissà – conclude – se è un caso che questo avvenga adesso nei confronti del procuratore aggiunto, coordinatore del pool che ha indagato sulla trattativa Stato-mafia e del procuratore Messineo che ora ha deciso di partecipare alle udienze di questo stesso processo”.

Al procuratore di Palermo viene anche contestato un utilizzo non continuo dello strumento dell’astensione rispetto ad alcune inchieste, come quelle che hanno riguardato il cognato e il fratello dello stesso Messineo. La Commissione ha formulato le sue accuse dopo che nei mesi scorsi aveva ascoltato numerosi magistrati della Procura di Palermo. Dalle loro testimonianze sarebbe emerso anche un clima molto pesante all’interno della Procura legato all’inchiesta sulla trattativa tra Stato e Mafia. “Preferisco non commentare…” dice Messineo, interpellato dall’Adnkronos.

L’indagine di Caltanissetta archiviata, ma Csm contesta rapporto Messineo con indagato. Messineo era già finito nel mirino del Consiglio superiore della magistratura il 26 gennaio scorso perché il magistrato risultava indagato dalla Procura di Caltanissetta per violazione del segreto istruttorio. Il capo dei pm palermitani era finito nel registro degli indagati per un’intercettazione indiretta. L’alto magistrato sarebbe stato captato mentre parlava al telefono con un dirigente di un importante istituto di credito, che avrebbe chiesto informazioni in merito ad un’indagine in corso. Ed è per questo che la conversazione era stata registrata dalla Dia, che dopo aver ascoltato hanno inviato tutti gli atti alla procura di Caltanissetta, quella competente per le indagini sui magistrati palermitani. La conversazione tra Messineo e il manager, l’ex direttore generale di Banca Nuova Francesco Maiolini, risale al 12 giugno 2012. Maioli, sotto controllo per un’altra indagine condotta dalla Dda, per riciclaggio aggravato, chiede a Messineo spiegazioni su un avviso di identificazione ricevuto e relativo a una indagine per usura. Il gip di Caltanissetta, accogliendo l’istanza della Procura, ha archiviato proprio oggi l’indagine su Messineo. Secondo il Csm la toga invitò il suo sostituto Verzera che indagava per usura bancaria a “soprassedere, in attesa di ulteriori acquisizioni” all’iscrizione nel registro degli indagati di Maiolini, a lui legato da “rapporti di amicizia”. Rapporti continuati anche durante l’indagine della procura di Palermo e così consolidati che Messineo in passato aveva chiesto e ottenuto da Maiolini “un posto di lavoro per suo figlio”.

Vietti (Csm): “Procedura amministrativa non per dolo, luce accesa su inchieste”. ”Mi pare che sulle inchieste la luce rimanga accesa” ha detto il vice presidente del Csm, Michele Vietti, rispondendo ai giornalisti che gli hanno domandato se la procedura avviata stenda un’ombra sulle importanti inchieste condotte da quell’ufficio giudiziario, come quella sulla presunta trattativa Stato-mafia. Il procedimento “è un procedimento amministrativo, siamo alle battute iniziali, e comporta la convocazione del magistrato a garanzia delle sue buone intenzioni: non anticipiamo giudizi. Ricordiamo – ha aggiunto – che parliamo di una procedura per accertare l’incompatibilità incolpevole, non è un procedimento disciplinare che presuppone colpa o dolo, ma una verifica che la permanenza del magistrato in un ufficio possa risultare sconsigliata”.

Messineo convocato da pg Cassazione su caso Di Matteo nello stesso giorno del processo sulla Trattativa. Intanto la Procura generale della Corte di Cassazione ha convocato per interrogarlo sul ‘caso Di Matteo’. Nei mesi scorsi è stato aperto un provvedimento disciplinare nei confronti del sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, Antonino Di Matteo, il pm che rappresenta l’accusa nel processo per la trattativa tra Stato e mafia, per avere rilasciato un’intervista al quotidiano La Repubblica. Messineo e Di Matteo sono stati convocati per il prossimo 27 giugno in Cassazione, proprio lo stesso giorno in cui riprenderà davanti alla Corte d’Assise di Palermo, il processo per la trattativa. Di Matteo è difeso dal collega Sebastiano Ardita e Messineo dal pm Marcello Maddalena. Di Matteo è accusato di avere “ammesso nell’intervista l’esistenza delle telefonate tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e il Capo dello Stato Giorgio Napolitano”. Di Matteo, per il procuratore generale, ha “mancato ai doveri di diligenza e riserbo” nel corso dell’intervista del 22 giugno 2012. In questo modo sarebbe stato leso “il diritto di riservatezza del capo dello Stato” sancito dalla Corte costituzionale dopo il ricorso del Quirinale sul conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo.

Solo ieri proprio contro Ingroia, considerato colui che ha condizionato il suo ex capo diretto, il pg della Cassazione ha avviato un’azione disciplinare nei confronti di Ingroia, “accusato” di aver proseguito la sua attività politica anche dopo il ritorno in ruolo nella magistratura dopo l’aspettativa per motivi elettorali. L’ex aggiunto, destinato ad Aosta dal Csm perché unica sede dove non era candidato nella sua lista, si era opposto al trasferimento in Valle d’Aosta ma il Tar aveva respinto il suo ricorso. Successivamente il procuratore capo di Aosta lo ha segnalato al Csm perché ancora impegnato in iniziative politiche.