Si chiama Francesco Furchì, ha 50 anni ed è nato a Ricadi, in provincia di Vibo Valentia, l’uomo fermato dalla polizia di Torino con l’accusa di tentato omicidio per l’agguato al consigliere comunale dell’Udc Alberto Musy, gravemente ferito il 21 marzo dell’anno scorso con sei colpi di pistola calibro 38. Nelle ultime elezioni comunali torinesi Furchì era candidato nella “lista Alleanza per la città Musy sindaco” che sosteneva la candidatura a primo cittadino dello stesso Musy. Presidente dell’associazione Magna Graecia Millenium, che “opera nel campo della cultura, della solidarietà, della diffusione dei valori della calabresità in terra di Piemonte”, Furchì è stato interrogato tutta la notte dagli investigatori di Torino.

Ragioniere in uno studio professionale poco distante dalla casa di Musy, l’uomo è accusato di aver agito con premeditazione e per motivi abbietti. Secondo le indagini condotte dalla Squadra mobile di Torino, infatti, avrebbe agito in presenza elementi di astio e rancore, e la sua presenza nello stesso orario nella zona del delitto è stata ricostruita chiaramente. E non avrebbe un alibi per quella mattina, o delle giustificazioni alternative.  Il quadro dei sospetti nei confronti di Francesco Furchì è definito dagli investigatori ”concreto e complesso”: l’uomo, elemento sul quale si è soffermato il pm Roberto Furlan nel suo provvedimento, risulterebbe avere una sistematica frequentazione con personaggi inseriti ”organicamente” in ambienti malavitosi.

Tra gli “sgarbi” che Furchì voleva vendicare, secondo le indagini, c’è anche il mancato appoggio nell’affare Arenaways, che era “avvertito dall’indagato come il vero e proprio sogno della vita”. Furchì avrebbe voluto partecipare al salvataggio di Arenaways nella fase del fallimento, nel 2011. Per questo aveva preso contatti con Giuseppe Arena e stava lavorando alla costituzione di una cordata di imprenditori. Così, avrebbe chiesto aiuto a Musy che, tuttavia, non riuscì o non volle metterlo in contatto con ulteriori investitori. Questo alimentò, sempre per gli inquirenti, l’astio di Furchì nei confronti del capogruppo dell’Udc. “Il delitto sembra essere maturato nella mente di Furchì in quanto persona non solo portata alla violenza, ma anche all’odio e alla vendetta, nonché alla brutale affermazione di sé”, scrive il pm. Alla base del delitto alcuni “sgarbi” compiuti, secondo il 49enne calabrese, da Musy: “La mancata nomina di Biagio Andò a professore universitario (a Palermo, ndr), il mancato ottenimento delle cariche politiche che lo avevano mosso a collaborare con Musy alla campagna elettorale del 2011, il mancato impegno a reperirgli dei finanziatori per la ‘scalata’ ad Arenaways”.

Le indagini sono partite dall’esame delle celle telefoniche, incrociando nomi e numeri telefonici di tutti i cellulari presenti quella mattina nelle vicinanze del luogo dell’attentato. “L”indagine si può definire senza esagerazione mastodontica, gigantesca, un setacciamento quantitativamente incredibile di tutta una serie di figure gravitanti nell’orbita di Alberto Musy”, ha spiegato il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli. L’inchiesta, paragonata da Caselli a quelle dei “cercatori d’oro”, hanno portato gli investigatori a sentire più di 100 persone, ad analizzare 350 celle telefoniche, ad affidare due consulenze tecniche sulla corporatura.

Non è certo che Furchì abbia agito da solo. Lo scrive, nelle conclusioni del decreto di fermo, il pm Roberto Furlan. “L’attentato – si legge – presenta ancora vari punti oscuri”. Tra questi, se Furchì “avesse un complice che gli ha segnalato in qualche modo il rientro della vittima”. Per il pm, l’attentatore ”si è mosso da una via dalla quale non aveva alcuna visuale sull’abitazione della vittima” e quindi, se avesse agito da solo, sarebbe incappato “in una serie di favorevoli circostanze, visto che non tutte le mattine Alberto andava ad accompagnare le figlie a scuola, né è detto che pur andandovi tornasse a casa, senza contare che il colpevole è rimasto più minuti nell’androne dello stabile senza che nessuno lo disturbasse”. In seconda battuta, per Furlan “non è neppure certo se il giorno sia stato scelto a caso ovvero sia stato accuratamente studiato”. Infine, “non è noto perché l’attentatore abbia scelto un percorso tanto tortuoso e caratterizzato dalla presenza di telecamere di sorveglianza” per raggiungere la casa di Musy, “mentre sarebbe stato assai agevole sceglierne un altro utile e non transitare sotto alcuna telecamera”.

Alberto Musy, avvocato, esponente dell’Udc cittadino, venne colpito la mattina del 21 marzo 2012. Uno sconosciuto, ripreso dalle telecamere, con un casco integrale bianco da motociclista sul capo e un soprabito scuro, si era presentato al portone della palazzina di via Barbaroux, nel cuore vecchio di Torino, dove abitava Musy con la moglie Angelica Corporandi d’Auvare e le quattro figlie. Lo sconosciuto si era appostato nel cortile: una volta rientrato dopo aver accompagnato le bambine a scuola, Musy era stato colpito alla nuca dopo un breve inseguimento.

Prima di entrare in coma, stato in cui si trova tuttora, l’avvocato fa in tempo a dire a un vicino di casa: “E’ stato un uomo di 40 anni…”. Musy è ancora adesso ricoverato in una casa di cura riabilitativa, ma non ha più ripreso conoscenza.