Quaranta capi di imputazione, più di 100 indagati: l’inchiesta “Saggezza” della Dda di Reggio Calabria ha portato stamattina all’arresto di 37 persone ritenute affiliate alla ‘ndrangheta tra cui l’ex presidente della Comunità montana “Aspromonte orientale” Bruno Bova.

L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto Antonio De Bernardo, ha svelato l’esistenza di una struttura organizzativa, la “Corona”, che raggruppa i cinque “locali” di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì. Una sovrastruttura guidata dal boss Vincenzo Melia, dai capi consiglieri Nicola Nesci e Nicola Romano, e dai consiglieri Giuseppe Varacalli e Giuseppe Siciliano.

“Una ‘ndrangheta che presenta delle connotazioni di sacralità” è stato il commento del procuratore Ottavio Sferlazza nel corso di una conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli dell’indagine resa possibile – ha aggiunto il pm Gratteri – “dalla capillare distribuzione dei carabinieri nel territorio. È la prima volta che sentiamo parlare di “Corona” e dobbiamo capire come questa si rapporta con il “Crimine” di San Luca e, soprattutto con il mandamento jonico”.

Stando all’impianto accusatorio, gli indagati avrebbero condizionato gli appalti pubblici con una concorrenza sleale grazie al controllo, diretto o indiretto, di imprese edili e movimento terra oltre a condizionare il libero esercizio di voto, ad esempio, l’elezione del presidente della comunità montana.

«Molti colleghi e molti studiosi – ha voluto aggiungere Gratteri – si sono affrettati a sostenere che la ‘ndrangheta al Nord si era sganciata da quella della provincia di Reggio, ma si sbagliavano». L’operazione “Saggezza” ha consentito agli inquirenti di individuare anche gli interessi economici e societari riferibili agli indagati, e in particolare le attività economiche attraverso le quali avrebbero conseguito i profitti illeciti, accertando anche ipotesi di condizionamento degli appalti pubblici.

Le famiglie, stando all’impianto accusatorio della Dda, avevano la gestione ed il controllo diretto ed indiretto di attività economiche anche nel taglio boschivo in località aspromontane, oltre ad un circuito di usura ed esercizio abusivo dell’attività di credito. Sono state, infatti, sequestrate quattro imprese per un valore complessivo di un milione di euro.

Il blitz è scattato all’alba nella Locride e nelle province di Vibo Valentia, Cosenza e Como. Proprio in Lombardia, infatti, si era trasferito uno degli indagati finiti in manette, Bruno Polito.

Non solo ‘ndrangheta. Nell’ordinanza di custodia cautelare ci sono ampi riferimenti alla massoneria, entità che continua a emergere nelle inchieste calabresi. Scrive il gip Adriana Trapani dopo aver letto le intercettazioni telefoniche e ambientali registrate dai carabinieri: “Attraverso le parole di Vincenzo Melia e Nicola Romano era stato possibile apprendere dell’esistenza di un gruppo “di riferimento”, a cui la “Sacra Corona” e i suoi componenti dovevano essere formalmente presentati, composto da una serie di individui legati da un unico comune denominatore, cioè l’appartenenza alla massoneria. La massoneria era vista dagli indagati come un trampolino di lancio, il modo più semplice ed ovvio per entrare in contatto con i vertici della società italiana, con il subdolo scopo di ottenerne vantaggi economici e personali, facilitare le loro condotte illecite ed accrescere il dominio sul territorio”.

È proprio questo il ruolo della “Sacra Corona”: “La sua capacità di entrare in contatto con ambienti istituzionali – scrive sempre il gip – Vincenzo Melia era quindi un individuo che vantava una ‘carriera criminale’ di non poco conto e che non poteva non occupare un posto di rilievo nell’organigramma mafioso del territorio di origine, ed a cui era pertanto stata assegnata la ‘responsabilità’ di dirigere la Sacra Corona, un’entità superiore ai locali e collegata a quello che si potrebbe individuare come il ‘terzo livello‘, cioè con gli ambienti della massoneria e della politica”.