Le prime perquisizioni erano state a marzo. In gran segreto, i carabinieri di Vibo Valentia, su incarico del sostituto procuratore della dda di Catanzaro, Pierpaolo Bruni, erano entrati negli uffici della “Edil Sud Costruzioni srl” in via Trionfale a Roma, nelle abitazioni e studi professionali di sei persone, tra la Sicilia e il Lazio, e nei bar “Ritrovo della dolce vita” e “Caffè Roma”, entrambi in zone centrali della Capitale. Cercavano le prove di operazioni sospette in tema di appalti, operazioni cioè inquinate dalla ’ndrangheta, ma non si aspettavano di trovare anche altro. Ovvero, elementi concreti che parlavano di rapporti tra mafia e massoneria, volti a garantire alla cosca di riferimento proprio l’accaparramento di appalti in tutta Italia, e in particolare in Lombardia.

La cosca “amica” in questo caso è quella dei Tripodi-Mantino, articolazione, su Vibo Valentia, di uno tra i più potenti clan della ’ndrangheta, i Mancuso della vicina Limbadi. Cosca poco nota alle cronache, perché mai, finora, oggetto di indagine, per quanto già menzionata da vecchi collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni sono state ripescate dai magistrati. La ditta Edil Sud, perquisita appunto a marzo, sarebbe lo strumento principale di cui la cosca si serve per i suoi affari. «Collegata oggettivamente e soggettivamente» ai Mancuso «attraverso operazioni societarie e finanziarie incrociate» – come scrive il pm nel decreto di perquisizione – è amministrata da Francesco Comerci. In realtà solo formalmente: di fatto per i magistrati Comerci è il prestanome del vero titolare, nonchè socio occulto, Nicola Tripodi, presunto capo del clan. Quando i militari a marzo entrano nei locali della sede, assieme a Comerci trovano un’altra persona – un catanese in possesso di una pistola con matricola abrasa – e carte che indirizzano le indagini verso la Sicilia. Il commercialista della società, d’altronde, è messinese e si chiama Nunziato Grasso (uno dei due bar romani è «nella disponibilità» sua e di Comerci, titolare anche dell’altro). Grasso, si scopre subito dopo, sarebbe il tramite tra Comerci (e dunque i Tripodi) e altri due siciliani, il commercialista Vincenzo De Maggio e l’imprenditore-intermediario-faccendiere Paolo Coraci, già presidente della formazione politica “Liberi e Forti”, ispirata a don Sturzo e, pare, vicina all’Udc, e soprattutto capo di una loggia massonica di cui anche De Maggio farebbe parte. Tra gli altri, viene fuori il nome di Angelo Fiaccabrino, l’imprenditore massone coinvolto, negli anni ’90, nella vicenda dell’“Autoparco milanese della mafia”, arrestato e processato per essere stato ritenuto il collegamento tra Cosa Nostra e gli ambienti politici e imprenditoriali di Milano, ma poi assolto da ogni accusa.

De Maggio e Coraci avrebbero usato la Edil Sud per acquistare immobili senza che il loro nome comparisse (il perché è uno degli interrogativi che si pone la procura). Per esempio, nel caso di un palazzotto ubicato a Roma, che la società avrebbe comprato dalla Fintecna, per conto loro, per 16 milioni di euro, in cambio dell’appalto per i relativi lavori di ristrutturazione. Per questa vicenda i due vengono indagati, per concorso in associazione mafiosa, con Comerci, Grasso, Tripodi e sua figlia Marika.

Ma l’inchiesta, una volta approdata in Sicilia, finisce con l’allargarsi ad altri territori, e precisamente alla Lombardia, dove operano altre società che per gli inquirenti sarebbero riconducibili al clan: la “O&S Costruzioni” di Orlando Tripodi, altro figlio del capobastone, e la Gec srl, la Effegi Costruzioni srl, il Gruppo Nobis e l’Istituto Finanziario Energia di Massimo Murano, tutte con sedi tra Milano e Corbetta, in provincia.

Per il pm Bruni, le ditte indagate si sarebbero accaparrate vari appalti «con metodi mafiosi e in ogni caso per addivenire all’ulteriore arricchimento della cosca omonima». Su quali siano i metodi e quali siano gli appalti fin qui ottenuti vige il segreto istruttorio. Le ditte intanto sono state perquisite, come le abitazioni e gli uffici di Fiaccabrino, che resta ufficialmente fuori dall’inchiesta, e dei nuovi indagati: Orlando Tripodi e Massimo Murano, nonché un procacciatore d’affari di Gaeta, Mario Festa, che avrebbe promosso «incontri tra i membri della cosca e appartenenti alle istituzioni». Anche per loro l’accusa è di 416bis. L’inchiesta prosegue. Quel che sembra certo, dicono dagli ambienti investigativi, è che «ci troviamo di fronte a una ’ndrangheta molto raffinata, che entra nelle società e ne diventa padrona». Distorcendo l’economia legale.