La responsabilità umana nelle catastrofi è un dato di fatto. Non perché l’uomo abbia causato il terremoto, ma per le conseguenze che ne derivano: la casa fatiscente o la fabbrica costruita al risparmio che crollano sotto il sisma, seppellendo chi vi abita o vi lavora, non possono essere imputabili a un destino malvagio. Certo, non sempre la catastrofe è “democratica”, ma è solo una questione statistica, un questione di grandi numeri. I privilegiati sono sempre una minoranza.

L’uomo è responsabile. Ma questa responsabilità oggettiva è anche frutto del desiderio atavico di controllare la natura.

La responsabile umana nelle catastrofi naturali è un’idea della modernità. Che l’uomo debba prevenirle, o almeno ridurne la portata distruttiva, è alla base della società solida o moderna, che pretende di dominare la natura. La grande illusione dei moderni era proprio quella di far meglio della natura, modificarla e piegarla alle proprie esigenze. Grazie alla ragione e alla tecnologia. Un’idea illuminista.

Non a caso è un’idea che si sviluppa di pari passo con la Rivoluzione industriale e con la fede assoluta nella “macchina”, insieme mostruosità paurosa e speranza assoluta di progresso. In realtà il trasferimento della responsabilità delle catastrofi dalla natura all’uomo non deve essere visto come un fatto negativo, ma semmai come un passo avanti rispetto al passato: è stato il tentativo più riuscito della modernità di uscire dall’ignoranza.

Prima di Voltaire e Rousseau, le idee comunemente accettate andavano dalla catastrofe come castigo divino, che colpiva gli uomini per le loro colpe, all’accettazione sofferta di una realtà giusta, che fa parte di un disegno superiore, cui non è dato opporsi (Leibniz).

Col passaggio dalle società solide (la modernità) a quelle liquide (la post-modernità) le cose sono un po’ cambiate. Nessuno ha più una fiducia cieca nella tecnologia, specie quando se ne fa un uso improprio, ma soprattutto si è compreso che l’idea di controllare e dominare la natura deve essere rivista e modificata.

Ci siamo fatti più piccoli e insicuri di fronte al mondo, ma abbiamo compreso la lezione del rispetto. Anche perché, come afferma Jean-Pierre Dupuy, “in materia di distruzione siamo diventati molto più forti della natura”. E questa non è una gara a chi ci riesce meglio.