La Terra ci è data in prestito dai nostri figli” recita un detto amerindo, citato dal filosofo Jean-Pierre Dupuy in un suo – tragicamente attuale – pamphlet di qualche anno fa che ha come titolo “Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità nelle catastrofi del nostro tempo” (Donzelli Editore). Abbiamo in usufrutto questo ecosistema dal nostro futuro. Ma il futuro non può rendersi così reale e vincolante per i contemporanei, ammonisce Dupuy il quale, cita un passo di Günther Anders a proposito di Noè e dell’incipiente diluvio universale. Lo riassumo.

Nessuno riusciva a prenderlo sul serio Noè, che da tempo annunciava una catastrofe che non avveniva mai, e allora cospargendosi il capo di cenere come per piangere i propri morti: “ben presto ebbe radunato intorno a sé una folla curiosa e le domande cominciarono ad affiorare. Gli venne chiesto se qualcuno era morto e chi era morto. Noè rispose che erano morti in molti e, con gran divertimento di quanti lo ascoltavano, che quei morti erano loro. Quando gli fu chiesto quando si era verificata la catastrofe, egli rispose: domani. Approfittando quindi dell’attenzione e dello sgomento, Noè si erse in tutta la sua altezza e prese a parlare: dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata. E quando il diluvio sarà stato, tutto quello che è non sarà mai esistito […], se sono venuto davanti a voi, è per invertire i tempi, è per piangere oggi i morti di domani”.

La frase “dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata” la trovo di una fulgida bellezza e di un potenziale trasformativo notevole.

Cosa distingue un portatore di sventura da un “catastrofista illuminato” (così ama definirsi Dupuy)? Tutto. Il portatore di sventura si auto-profetizza la sfortuna e così facendo se ne predispone. Il catastrofista illuminato fa una valutazione realistica e radicalmente attuale (per come possiamo renderci attuale e reale il futuro) dei pericoli di distruzione che lo circondano e, aggiungo, che lo riguardano in prima persona fin dentro i propri comportamenti spiccioli (fumare, ad esempio), cioè tiene conto dell’”aspetto sistemico del male”, e prova a salvarsene. “Il catastrofismo illuminato è un’astuzia che consiste nel dividere l’umanità dalla sua violenza, facendo di quest’ultima un destino, senza intenzione, ma in grado di annientarci”.

La frase che si sente ripetere più spesso in questo momento nei dibattiti televisivi e nella maggior parte delle analisi sul tema della sicurezza o meno degli impianti nucleari è più o meno questa: “non facciamoci prendere dall’emotività di questo momento per decidere o meno sul nucleare nel nostro paese”. Quale essenza di saggezza e razionalità si scorge in questa retorica anticatastrofista. Certo, confermerebbe uno psicologo, le decisioni sull’onda emotiva non sempre sono le migliori, analizziamo freddamente le probabilità e gli inciampi della nostra istintiva irrazionalità. Dupuy definirebbe questa posizione psychologically correct senz’altro come una “derealizzazione del futuro” di stampo metafisico, di una metafisica razionale, però.

Fortunatamente chi si oppone al nucleare perché insicuro è proprio grazie ad un certo tipo di emotività (non certo quella disorganizzante che attiva i circuiti del panico, ma quella salvifica che ci fa sentire tutti insieme sulla stessa ondeggiante barca) che riesce a cogliere l’aspetto sistemico del male che ci circonda, assieme a tutte le tecnologie della distruzione in generale che da Auschwitz e Hiroshima in poi contraddistinguono la nostra epoca, e non si fa fregare dalla retorica derealizzante di una certa razionalità politica. In fondo, ci avverte Dupuy: “la corsa sconsiderata verso l’abisso ha la tipica forma dell’autotrascendenza”.