Il terremoto ti sveglia alle quattro di notte e ti fa saltare il cuore in gola. Volano giù oggetti e libri dagli scaffali. Il pavimento sussulta, la casa risuona di sinistri scricchiolii. Ancora? Non è neppure passata l’eco dell’ultima catastrofe che una nuova incalza, pretende l’atten­zione dei media, stravolge la vita di persone, modifica le prospettive future. La frequenza incalzante dei disastri cancella le nostre sicurezze, fa sentire privi di difese, rende precari sulla terra. Scombussola e mette in crisi. Si dice che viviamo in un tempo d’incertezze, dove tutti i valori sono messi in discussione, ma a peggiorare questo clima d’insicurezza ci si mette anche la natura. Come se non bastasse l’uomo!

Ma, a differenza delle catastrofi morali (quelle prodotte dagli errori umani), quelle naturali hanno una loro specialità: sono “democratiche”. Colpiscono tutti senza fare distinzioni di classe o di censo, di sesso o d’età, di colore della pelle o di ruolo sociale. L’anziana signora allettata e il magrebino in fabbrica. Tutti uguali, almeno di fronte all’implacabilità degli eventi naturali.

Non c’è alcun ordine superiore che sorvegli dall’alto sulla sicurezza dei cittadini; nessun Grande Fratello – ora ridotto a reality show per guardoni annoiati – che veda e provveda; nessuna istituzione totalizzante che guidi l’individuo lungo un percorso preordinato.

Lo Stato e le istituzioni preposte alla sicurezza non sono in grado di evitarlo: tutto rientra nella casualità fortuita. Dal terremoto al cedimento di un palco per un concerto. Anche perché non sempre lo Stato dimostra di rispettare le norme antinfortunistiche, mentre può succedere che i lavoratori dello spettacolo non siano in regola. Eppure, prese tutte le dovute precauzioni e seguite tutte le normative antinfortunistiche, l’evento fatale colpisce ugualmente. La responsabilità istituzionale è garantita sulla carta, minuziosamente descritta nei protocolli, coperta da assicurazioni, ma non serve a evitare la catastrofe.

Le catastrofi, siano provocate dal caso o dall’imperizia umana, colpiscono indipendentemente dai protocolli d’intesa, dai regolamenti e dalle misure preventive adottate. Uno dei più potenti tentativi di razionalizzazione delle catastrofi, a partire proprio dal XVIII secolo, è quello di responsabilizzare l’uomo, salvando la natura. Sostenendo – come nelle parole di Rousseau – che ogni catastrofe, pur se naturale, è il prodotto dell’attività umana. Proprio come si legge adesso: se le abitazioni fossero costruite con sistemi antisismici, lontano dai letti dei fiumi e dalle rive dei mari; se non si disboscassero selvaggiamente le montagne; se non si scavassero le profondità della terra; se non si inquinasse il pianeta; se non si alimentasse il buco dell’ozono; se non si costruissero centrali nucleari; se non si riducessero le spese di manutenzione…

L’uomo non ha il potere di controllare la natura: l’idea di farlo si è dimostrata un atto di tragica superbia. Ma è in grado di rispettarla. Di conoscerne le reazioni, il comportamento, l’evoluzione; i rischi a cui va incontro nel modificarla e piegarla alle proprie esigenze. Questa assunzione di responsabilità è forse il tentativo più alto di civiltà che l’uomo d’oggi possa concedersi.