Hydra, ecco la “densità mafiosa” in Lombardia negata dal Csm. Il pentito: “Qui le persone si mettono a disposizione”
Del processo sul Consorzio di mafie non perdono un’udienza, sempre presenti nell’aula bunker di San Vittore, il solito ghigno di ordinanza e orologi di lusso al polso. Non mancheranno nemmeno all’udienza di domani. Oltre all’obbligo di firma, sono liberi, nonostante qui risultino imputati come appartenenti all’Unione di mafie sotto l’ala di Cosa nostra, sponda gelese, clan Rinzivillo, area di controllo Busto Arsizio. Sono Dario Nicastro e il fedelissimo Rosario Bonvissuto, il cui ruolo, seppur già ben illustrato nelle carte dell’inchiesta Hydra, ora si colora maggiormente dopo il deposito degli ultimi verbali del collaboratore Francesco Bellusci, ex soldato della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo. E si colora con toni cupi proprio di quella “densità mafiosa” lombarda che invece il Consiglio superiore della magistratura nella sua ultima delibera dell’11 giugno ha colpevolmente negato, gettando alle ortiche oltre 30 anni di storia di mafia a Milano e in Lombardia.
La famiglia Nicastro, di cui lo stesso Bonvissuto, secondo i pm, fa parte, per decenni ha regnato con la violenza e le minacce sul territorio di Busto, la cui attuale giunta in ritardo ha chiesto di essere parte civile nel processo Hydra tanto che il giudice nell’udienza scorsa ha respinto la sua costituzione. Ed è tanto vera la “densità mafiosa” in queste zone, come in molte altre della regione, che Nicastro e Bonvissuto oltre all’obbligo di firma hanno il divieto di dimora. Ecco allora il racconto di Bellusci: “Disponevano di tantissime amicizie lì su Busto Arsizio, quando arrivavano loro comunque le persone si mettevano tutti a disposizione. E questo vale soprattutto per Dario e Rosario”.
E attenzione mica si parla di affiliati o gente vicina al clan, ma di persone comuni della società civile. Gente per bene che conoscendo il peso criminale di Nicastro preferisce il quieto vivere. Insomma una “mafiosità immanente” come l’ha definita la pm Alessandra Cerreti. Ancora Bellusci: “Se loro arrivavano in un locale a Busto Arsizio, vedevo che tutta la comunità di quel bar dava retta a tutti i Nicastro in forma di rispetto”. Una scena che potrebbe replicarsi in un bar di Platì o San Luca. “Si ordinava da bere – prosegue il collaboratore – , che ne so due Crodini un Campari? Quant’è? Già pagato, ha pagato tizio e caio”. Il pm domanda: “Intende che è il titolare del bar che non si fa pagare o la gente presente nel bar che paga?”. Bellusci: “No, la gente presente che paga”.
La società civile dunque è perfettamente a conoscenza di chi rappresenta la mafia nel proprio territorio mostrando rispetto. In un caso specifico, poi, un soggetto che non avrebbe pagato un gruppo di siciliani vicini ai Nicastro, viene convocato in un bar di Busto Arsizio. Racconta Bellusci: “Questi Mangiapane sono di Rescaldina, gente siciliana (…). Prendiamo e andiamo a Busto Arsizio, al bar che sopra c’era il bowling. E quel giorno lì c’era un casino di gente (…). Bonvissuto aveva un X6 bianco (…). Chiamano questo signore, che poi alla fine mi sembra che non c’era manco nulla addirittura. Come si siede sulla sedia parte Rosario da dietro, davanti a tutti, e gli ha tirato uno schiaffo fortissimo sulla faccia (…). Il tizio continua a perdere sangue (…). C’era pure la figlia di Rosario che si è messa a piangere (…). Anche tutto il bar lì non è che si è alzato qualcuno. Il bar era pieno. Anche il titolare ha visto tutto. Però nessuno si è intromesso. Quindi vuol dire che tutta la complicità di tutte queste persone loro ce l’hanno. Si potevano pure prendere questo e puntargli una pistola in testa e nessuno avrebbe parlato”.
Chissà cosa ne pensa il Csm? Chissà se prima di stilare quella delibera ha letto queste altre minacce dei Nicastro a Francesco Picone (oggi parte civile), titolare di un bar a Busto Arsizio, Varese, Lombardia: “Ti strozzo con le mie mani (…). Appena vengo gli taglio la testa (…). Se io voglio ti faccio chiudere (…). Non devi parlare e dire nulla agli sbirri sennò torno e ti brucio il locale (…) vedi che a Busto comando io”.
Sentita a verbale la moglie del titolare del bar minacciato riferisce ai magistrati: “Un altro dei tre mi diceva: non mi conosci? Al chè io rispondevo di no ma quando diceva ‘sono Dario Nicastro’ ecco che mi tornava alla memoria di conoscerlo perché tempo addietro ne ebbi modo. Dario Nicastro mi diceva: ‘devi dire a quel pezzo di merda di tuo marito di non permettersi più di cacciare mio figlio dal locale, gli devi dire che appena vengo gli taglio la testa’ e mentre diceva ciò faceva il gesto di tagliare la gola con il pollice della mano”. Perché Picone aveva cacciato dal locale il figlio di Nicastro? “Francesco Nicastro si portava dietro il bancone, ha preso delle birre e le ha date a tutti quelli che erano con lui – le birre non le hanno ovviamente pagate. – Da questa parte lui è passato dietro al bancone, ha preso le birre e ha dato da bere a tutti i suoi amici”. Benvenuti al Nord. Con buona pace del Consiglio superiore della magistratura.