La Cassazione conferma la condanna per favoreggiamento per Andrea Bonafede jr, l’autista di Matteo Messina Denaro
Aveva accompagnato Matteo Messina Denaro in ospedale per la sua prima operazione al colon e per le cure successive. Era definito “figlioccio” da un boss intercettato. È nipote dello storico boss di Campobello di Mazara, Bernardo Bonafede. Eppure Andrea Bonafede (classe ’69) non fa parte dell’associazione mafiosa. La Cassazione ha, infatti, rigettato il ricorso della procura generale di Palermo. Si è trattato solo di favoreggiamento della latitanza dell’ex primula rossa e nient’altro, e la condanna a sei anni è adesso diventata definitiva.
In primo grado era stato condannato a sei anni e 8 mesi, la Corte d’Appello aveva però ridotto la condanna di 8 mesi. In tutti i gradi di giudizio la procura di Palermo ha contestato l’appartenenza alla mafia. Ma in nessun grado di giudizio è stata riconosciuta. In primo grado, il giudice, Rosario Di Gioia, aveva motivato la sua decisione spiegando che l’operaio di Campobello avesse aiutato Messina Denaro esclusivamente per “garantire le cure necessarie al suo stato di salute”. Che avesse prestato l’aiuto al latitante nel momento più critico per la sua stessa vita, era dunque confermato.
Bonafede junior (si tratta del cugino minore, omonimo dell’altro Bonafede che aveva prestato al latitante l’identità) aveva accompagnato il latitante presso gli ospedali di Mazara del Vallo e Trapani, fornendo sostegno all’ex primula rossa di Castelvetrano, dopo la scoperta del tumore al colon. Si era perfino occupato della documentazione medica, di prescrizioni e medicinali, raccordandosi sempre con Bonafede senior, il medico di base Alfonso Tumbarello (condannato, lo scorso dicembre, a 15 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e lo stesso Messina Denaro. Nel frattempo, dalla prima sentenza, le indagini avevano svelato altri dettagli: Bonafede aveva, infatti, invitato al proprio matrimonio esponenti di rilievo della mafia di Campobello. E molti anni prima della scoperta del tumore, accompagnava Messina Denaro per altre faccende: per fare acquisti in una salumeria, per esempio, o per fare un tatuaggio. Episodi avvenuti entrambi tra il 2012 e il 2013, ovvero molto prima della scoperta del tumore (nel novembre del 2020).
In un dialogo intercettato, Francesco Luppino, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, definisce Bonafede junior come il “mio figlioccio”. Tutti fatti che non hanno convinto la Corte d’Appello prima, e nemmeno la Cassazione. Ora la condanna per favoreggiamento aggravato e per inosservanza della pena è definitiva. “Sin dal primo grado abbiamo contestato sia la sussistenza delle aggravanti, che l’associazione a Cosa Nostra”, spiega l’avvocato Tommaso De Lisi, difensore di Bonafede junior. Che continua: “Questo perché l’aiuto che ha dato il Bonafede a Messina Denaro, lo ha dato a lui in quanto tale. Anche le testimonianze in dibattimento hanno confermato che Bonafede avesse contatti esclusivamente col boss, mentre il reato di associazione sussiste soltanto quando l’aiuto è dato non al singolo in quanto tale ma all’associazione. Il processo ha provato che Bonafede non avesse avuto contatto con chicchessia, ad eccezione di Messina Denaro”. “Per questo – conclude il difensore – la condanna riguarda il favoreggiamento aggravato, e la procurata inosservanza di pena, ed esclude l’appartenenza a Cosa nostra. La corte di Cassazione ha condiviso in pieno questa logica”.