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Alla Sapienza Leone ha terminato il suo catechismo politico: sembra di sentire Francesco

Lo scontro con Trump l'ha proiettato sulla scena mondiale, ma significherebbe non conoscerlo se si pensasse che i concetti da lui esposti siano stati partoriti lì per lì
Alla Sapienza Leone ha terminato il suo catechismo politico: sembra di sentire Francesco
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Primo – Non usare le armi per imporre il dominio.
Secondo – Non usare la religione per giustificare la guerra.
Terzo – Non chiamare “difesa” una politica di sfrenato riarmo. Quarto…Quinto…
Con il discorso di vasto respiro, pronunciato all’università romana della Sapienza, papa Leone ha portato a conclusione il suo catechismo politico. Un vero e proprio messaggio all’opinione pubblica internazionale oltre che al mondo cattolico.

Lo scontro con Trump ha proiettato Leone sulla scena mondiale, ma significherebbe non conoscerlo, se si pensasse che i concetti da lui esposti siano stati partoriti lì per lì nel vivo di un diverbio e non costituiscano invece il frutto di un pensiero ben maturato. Diceva papa Francesco che il mondo è entrato in un’era nuova. “Non siamo di fronte ad un’epoca di cambiamenti – era solito ricordare – ma ad un cambio di epoca”. Una pagina del tutto nuova rispetto agli schemi mentali e culturali del passato e (sul piano geopolitico) senza più gli equilibri e le regole del passato.

L’essere in una stagione di passaggio era d’altronde ben presente ai cardinali, che un anno fa elessero l’americano-peruviano Robert Francis Prevost. Il cardinale Re decano del collegio cardinalizio, celebrando la messa prima delle votazioni nella Cappella Sistina, ricordò loro che la Chiesa e l’umanità si trovavano in un “tornante della storia tanto difficile e complesso”.

Papa Leone ha iniziato a piantare il primo paletto a gennaio di quest’anno, nel discorso al corpo diplomatico. “A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti – scandì – si va sostituendo una diplomazia della forza… La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. Seguì la frase che fissò perfettamente il nuovo corso inaugurato dalla presidenza Trump: “Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé… ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”.
Più tardi, in Africa, avrebbe detto che un “pugno di tiranni stanno devastando il mondo” e tutti hanno capito che la lista dei violenti era consistente, comprendendo Putin e Netanyahu.

La Domenica delle Palme il pontefice ha lanciato il secondo monito. Gesù, Re della pace (è) un “Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra…”. Una condanna netta della manipolazione religiosa ai fini del bellicismo: dalle benedizioni del patriarca russo Kirill all’invasione dell’Ucraina fino alle ostentate preghiere dei reverendi, soprattutto evangelicali, raccolti intorno a Trump alla Casa Bianca.
Il terzo comandamento è l’invito al popolo ad agire in prima persona. La sera prima della minacciata distruzione totale dell’Iran, il 7 aprile, Leone lanciò un appello alla mobilitazione politica diretta che nessun pontefice contemporaneo aveva mai pronunciato: “Inviterei i cittadini di tutti i paesi coinvolti a contattare le autorità, i leader politici, i parlamentari per chiedere loro di lavorare per la pace e respingere la guerra”.

Non manca in questo quadro una riflessione sulla qualità della democrazia nelle nostre società. Senza un fondamento etico, rispettoso della persona umana – sostiene Leone – la democrazia “rischia di diventare una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche”. Notazione attualissima in una fase in cui nei paesi occidentali sono alla ribalta populismo autoritari mentre contemporaneamente i grandi baroni tech teorizzano il superamento di regole e controlli democratici in nome dell’individualismo e dell’efficienza.

L’ultimo punto di questo catechismo politico il papa delle Americhe lo ha esplicitato con forza alla Sapienza: “Non si chiami ‘ difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce la fiducia nella diplomazia, arricchisce élites a cui nulla importa del bene comune”. Sembra di risentire Francesco quando già nel marzo 2022 definiva una pazzia la corsa al riarmo, spiegando che la risposta “non sono altre armi… ma un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso”.

Vale la pena di notare che in questa consonanza tra Prevost e Bergoglio sta la forza della Santa Sede, non a caso molto rispettata dall’opinione pubblica internazionale a partire dal Sud globale. Certo nessuno può accusare Leone di essere anti-yankee o marxista! Ha dichiarato la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola che Leone nel mondo è “un simbolo di coraggio morale e chiarezza in un’epoca in cui tali bussole sono sempre più necessarie”. Parole sante, si sarebbe detto una volta, se non fosse che proprio l’Unione europea sembra mancare oggi di coraggio, visione e determinazione nell’imboccare un corso diverso dall’adorazione del riarmo tout-court.

Nella nuova era di brutalità e di caos la voce dell’Europa è muta. L’Unione appare incapace di contrapporsi alle attuali guerre di dominio e di impegnarsi per un nuovo ordine planetario. D’altronde a Bruxelles non ascoltano nemmeno l’esortazione di Draghi a decidersi per un “federalismo pragmatico”.

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