Niscemi, 13 indagati per la frana: ci sono gli ultimi 4 presidenti di Regione, compreso il ministro Musumeci
Arriva una svolta nelle indagini sulla frana che il 25 gennaio scorso ha devastato Niscemi, paese in provincia di Caltanissetta: il procuratore di Gela Salvatore Vella ha reso noto che 13 persone sono state iscritte nel registro degli indagati. A tutti, a vario titolo, viene contestato il reato di disastro colposo e danneggiamento a causa di frana per non aver eseguito – secondo l’attuale ipotesi accusatoria – i lavori e non applicato le ordinanze della Protezione civile nazionale sulla mitigazione del rischio. L’enorme smottamento trascinò a valle case e mezzi e altre decine di immobili rimasero sospesi nel vuoto. Gli sfollati sono stati circa 1.500.
Gli indagati: c’è il ministro Musumeci
Sotto inchiesta ci sono gli ultimi quattro presidenti della Regione Sicilia: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, l’attuale ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci (che aveva urlato agli “sciacalli in giacca e cravatta”) e Renato Schifani. Nel mirino della procura anche i capi della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026: Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e l’attuale Salvatore Cocina. Indagati anche i direttori generali della Regione preposti all’ufficio contro il dissesto idrogeologico (Vincenzo Falgares, Salvo Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tuminello e Giacomo Gargano) e la responsabile dell’Associazione temporanea di imprese, Sebastiana Coniglio, che avrebbe dovuto eseguire le opere di mitigazione appaltate a inizio 2000.
Perché i 13 sono finiti sotto inchiesta
I 4 presidenti della Regione sono indagati nella doppia veste di commissari di Governo per l’attuazione delle ordinanze di Protezione civile e come commissari di Governo contro il dissesto idrogeologico. Foti, Falgares e Cocina, invece, erano soggetti attuatori delle stesse ordinanze, mentre Lizio, Croce, Tuminello e Gargano sono indagati in quanto soggetti attuatori delle misure contro il dissesto idrogeologico. Nei prossimi giorni verranno sentiti i primi indagati ed è previsto inoltre il sequestro di nuovi atti. In queste settimane sono già state state decine le audizioni condotte dalla magistratura, che ha sentito tecnici, funzionari e dirigenti, tutti ascoltati come persone informate sui fatti. Coniglio invece era, appunto, la responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto svolgere i lavori per i quali erano stati stanziati 12 milioni di euro.
Gli accertamenti della procura
Vella ha spiegato che gli accertamenti “in questa prima fase” hanno “individuato tre periodi di tempo” di accadimenti che hanno portato a dover approfondire le eventuali responsabilità: “Il primo periodo va dal 12 ottobre del 1997, cioè la prima frana di Nsicemi, fino al 18 maggio 1999, che è la sottoscrizione del contratto di appalto tra il soggetto attuatore della Regione Siciliana, in quel caso nella persona dell’ingegnere Salvatore Cocina, con l’Associazione temporanea di imprese che aveva vinto la gara d’appalto, e per la realizzazione proprio delle opere di mitigazione individuate dalla condizione tecnico-scientifica, contratto che viene sottoscritto a distanza di qualche anno dalla presentazione del progetto esecutivo da parte della Commissione tecnico-scientifica”.
I pm: “C’erano 12 milioni di euro”
C’erano a disposizione per le opere, ha ricordato Vella, “circa 23 miliardi di vecchie lire che nel frattempo diventeranno circa 12 milioni di euro – ha detto – Riguardo a questo periodo riteniamo, ad oggi, di non fare contestazioni a soggetti che sono intervenuti perché in questo periodo si sono succedute tutta una serie di ordinanze, da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri sul rischio dopo la frana del 1997 e vengono effettuate tutta una serie di opere dal soggetto attuatore, che in quel caso era il prefetto Giannola”. Quindi, ha aggiunto, “vengono realizzato tutta una serie di opere e in buona sostanza la Regione nella veste del soggetto attuatore ingegnere Cocina riesce a fare questo questo bando di gara ad aggiudicare la gara per le opere che dovevano essere realizzate indicate dalle consulenza tecnica”.
“Diverse opere mai realizzate”
Le criticità sono emerse successivamente, a partire dal novembre 2010: cioè i lavori non fatti come aveva già raccontato Il Fatto Quotidiano e gli allarmi inascoltati dei geologi. Gli accertamenti si sono concentrati proprio sulle “opere che avrebbero dovuto essere realizzate e non sono state realizzate per mitigare il rischio che la frana del 2026 ha visto, invece, realizzarsi” e anche sul “mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che erano stati previsti inizialmente e che erano a tutela delle popolazioni interessate”. I lavori, per un valore complessivo di oltre 9 milioni di euro, furono affidati a un’associazione temporanea di imprese, “composta dalla Comer Costruzioni meridionali di Santa Venerina e dalla Edilter Costruzione di Giarratana”, ha spiega Vellato. L’Ati però chiese un adeguamento contrattuale, “considerato lo stato dei luoghi”. Poi, nel 2010, si registrò la risoluzione del contratto a causa dei gravi ritardi. Da qui nacque un contenzioso proseguito fino al 2016. E, nel frattempo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, “nessuno si è occupato di predisporre le opere necessarie per prevenire la frana di gennaio”.
Focus anche su zona rossa e mancati sgomberi
La terza fase dell’inchiesta “riguarderà la cosiddetta zona rossa dell’abitato di Niscemi, cioè sia la zona interessata della frana del 1997, sia le aree immediatamente prossime al ciglio della frana, tutte aree individuate già subito dopo il 1997, quindi quasi 30 anni fa, come a rischio molto elevato, nella relazione della Commissione tecnico-scientifica nominata nel 1997 con ordinanza della presidenza del Consiglio”. E ancora, ha spiegato Vella, la terza fase dell’inchiesta “riguarderà eventuali mancati sgomberi e demolizioni degli edifici in quell’area rossa e il blocco di nuove costruzioni o l’eventuale organizzazione di opere urbane autorizzate che non potevano essere autorizzate o abusive”.