I bambini escono da scuola e non conoscono gli alberi che incontrano nel cammino verso casa. Non parliamo degli animali. Le conoscenze scolastiche sono principalmente focalizzate su nozioni astratte (tabelline, teoremi, poesie e regole da imparare a memoria) e ci sono poche interazioni col mondo reale. Un tempo i bambini giocavano per strada, dove imparavano quel che la scuola non forniva. Ma oggi questa possibilità è preclusa alla maggior parte di loro.

Il ministro Fioramonti ha introdotto nozioni di educazione ambientale nel programma di educazione civica, ma è poco probabile che questo permetta agli alunni di saper “guardare” la natura. La transizione ecologica richiede conoscenze ecologiche. Se queste mancano, e ora mancano, dovrebbero essere fornite. Ma non sempre la logica viene rispettata.

Leggo sul Fatto Quotidiano che si sta progettando di far studiare il comportamento degli esseri viventi, in questo caso gli animali, agli alunni e alunne delle elementari e medie. Bellissimo, dico io. Basta guardare fuori dalla finestra… ci sono i piccioni. Come interagiscono tra loro? Vedere il maschio che corteggia la femmina aiuta a capire tante cose, così come le reazioni delle femmine alle avances dei maschi. Non parliamo dei gabbiani, e ora ci sono anche i pappagalli, in molte città. Mangiano cose differenti, volano in modo diverso, i loro richiami sono diversi per ogni specie. Moltissimi hanno gatti e cani, in casa. Oppure criceti, pesci rossi, tartarughine, conigli. Ho scritto un libro sugli animali “da compagnia”, parlando della loro diversità.

Incontriamo animali in tutti gli spot pubblicitari. Da dove viene il merluzzo di Capitan Findus? E i tonni? Dove sono pescati? Quali specie finiscono nelle scatolette? Che significa Tonno Pinna Gialla? Dove vive? Che operazione hanno subìto i gatti sterilizzati, per i quali si preparano bocconcini speciali? E perché vengono sterilizzati? Sappiamo guardare un banco di pescheria? Da dove vengono i salmoni che finiscono sempre più spesso sulle nostre tavole? I bambini, alla mensa, incontrano il pangasio. Da dove viene???

Imparare a guardarsi attorno, e capire la differenza tra una mosca e una zanzara, tra un ragno e una cavalletta, per non parlare di pini e abeti, aiuta a “leggere la natura”. Finalmente queste cose arrivano a scuola con uno specifico progetto didattico!

Poi leggo meglio e scopro che non si tratta di animali veri. Alla classe che aderisce al progetto viene fornito un robot animaloide e sarà il suo comportamento ad essere studiato. Posso dire che mi pare un progetto mostruoso? Mi ricorda Robocop.

Vogliamo avvicinare i giovani alla natura e lo facciamo con un robot? E pensiamo che il robot possa davvero fornire tutte le sfumature del comportamento di un animale? Da zoologo mi vien da chiedere: di quale animale? Un gatto non si comporta come un cane. E non c’è un comportamento “da cane”, alcuni cani si comportano in un modo, altri in un altro. Come succede agli umani. Si può comprendere il comportamento umano studiando un robot umanoide?

Questa esperienza dovrebbe indirizzare gli allievi al pensiero scientifico. In biologia, lo studio del comportamento animale ha una caratteristica fondamentale: rivela una grandissima diversità. Ridurre il comportamento animale al comportamento di un robot animaloide significa rinunciare a guardare il mondo per concentrarsi su surrogati. E magari poi cercare di ricondurre al mondo reale quanto imparato dai surrogati. Non è un buon modo per fare scienza. Va benissimo studiare anche gli animaloidi robotizzati. Ma pensare che questi possano sostituire i viventi veri, e che questo indirizzi al pensiero scientifico, rivela una scarsa comprensione della complessità dei viventi. E anche del pensiero scientifico.

Il risultato di questo progetto dovrebbe essere che possiamo costruire modelli artificiali del mondo “vero” ma, poi, il mondo vero contiene molto di più. Risulta quasi scolastico citare Shakespeare: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia. O il tuo robot.

Lo studio del robot dovrebbe essere completato confrontando quanto appreso dal robot con una serie di animali acquatici e terrestri, vertebrati e invertebrati, per capire che non può valere il principio “visto uno visti tutti”, che poi altro non è che la caratteristica numero uno dei viventi: la biodiversità. Se il robot è carnivoro avrà un comportamento, un robot erbivoro ne avrà un altro: la biodiversità si esprime anche con i comportamenti. Alcune scienze cercano principi unificanti, ma altre studiano la diversità. Lo spiega Darwin nella metafora delle piume: “Getta in aria una manciata di piume”, dice ne l’Origine delle Specie, “e tutte cadranno al suolo secondo leggi ben definite”. Si riferisce alla caduta dei gravi. Poi continua con: “ma come è semplice questo problema se confrontato con le innumerevoli azioni e reazioni tra piante e animali che, nel corso dei secoli, hanno determinato l’insieme di alberi che formano la foresta davanti ai miei occhi”. Come è semplice questo robot, se confrontato….

Affrontare problemi complessi con gli strumenti dei problemi semplici non dà buoni frutti. Se non a chi progetta e vende i robot.

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