Lo stato in cui versa la cultura musicale italiana è il medesimo da un secolo a questa parte, cioè da quando, come egregiamente spiega il celebre storico della musica Elvidio Surian, il nuovo corso politico fascista ne decretò, con la più celebre delle riforme scolastiche – quella del filosofo di regime Giovanni Gentile – l’estromissione dal rango delle discipline di alta cultura.

“(…) nel Ventennio – scrive Surian – la musica non esercitò in Italia nessun ruolo di catalizzatore culturale particolarmente significativo — e non sembra esercitarlo neanche oggi. Ne è prova la collocazione del tutto marginale delle discipline musicali nella riforma scolastica (1923) del filosofo idealista Giovanni Gentile, uno dei principali ideologi del fascismo. Venne escluso l’insegnamento delle materie musicali dal curriculum di studio delle scuole primarie e secondarie. La musica fu relegata in appositi istituti, i conservatori di musica, considerati come luoghi di formazione tecnico-professionale; il titolo di cultura richiesto per l’ammissione era, allora, la quinta elementare. Si mantenne così un solco profondo tra musica e cultura, già a livello della formazione musicale di base. Se ne risentono le conseguenze, fortemente negative, fino ai nostri giorni: da un lato la totale incapacità da parte di coloro dotati di una cultura cosiddetta ‘umanistico-letteraria’ di ‘comprendere’ il senso formale ed espressivo di una composizione — il loro approccio alla musica è, quindi, di tipo ‘impressionistico’, ossia per suggestioni, associazioni metaforiche, ‘intuizioni’ spirituali; mentre dall’altro, la pressoché totale mancanza dei musicisti di conoscenze storiche e letterarie, e, più in generale, ‘culturali’. In tal senso risulta emblematica la dichiarazione di un noto direttore d’orchestra dei nostri giorni: ‘la musica è rapimento non comprensione’; è, cioè, l’arte delle ‘sensazioni’”.

In perfetta linea di continuità coi dettami fascisti si sono poi poste tutte le successive amministrazioni: la Storia della musica, a differenza della storia delle arti visive e della letteratura, è stata sistematicamente ignorata, e ciò nonostante il ruolo di primissimo piano che l’Italia ha avuto nella genesi, nello sviluppo e nella diffusione delle più note forme, generi e formazioni musicali di sempre.

Criminale, come già affermato in una recente petizione, è poi ignorare gli aspetti economici legati allo studio della Storia della musica.

“Ciò su cui fino a oggi si è poco riflettuto – recita il testo della petizione -, qualora non fosse sufficiente riconoscere la centralità ‘culturale’ della musica (…) è il valore economico dello studio di una disciplina come Storia della musica: il pubblico musicale, come ogni sorta di pubblico, si forma creando nelle persone, a partire dalle nuove generazioni, la profonda esigenza di frequentare i luoghi della grande musica, i teatri, gli auditorium, i festival. Si tratta, a ben vedere, di replicare il medesimo meccanismo già messo in atto con la Storia dell’arte, quello che ha consentito a gallerie, musei e centri espositivi di vario genere di essere frequentati da un pubblico qualitativamente e quantitativamente importante, un’utenza il più delle volte scolasticamente sensibilizzata verso le arti visive e dunque opportunamente predisposta alla frequentazione dei grandi circuiti artistici. Sarà impossibile salvare gli enti lirico-sinfonici, i teatri di tradizione, i festival e gli auditorium dal pluridecennale debito che spesso si trascinano dietro senza passare attraverso la formazione di un pubblico, oggi inesistente, capace da solo di andare a incrementare i finanziamenti di costosissimi apparati musicali garantendo al tempo stesso che orchestre, cori e formazioni di vario tipo non continuino a estinguersi (…)”.

Perciò oggi mi rivolgo a tutti quei politici che, in un modo o nell’altro, negli ultimi anni hanno espresso la volontà di potenziare la presenza musicale nella scuola italiana e che a riguardo poi non hanno fatto assolutamente nulla. Mi rivolgo al premier Mario Draghi, che nel suo discorso di insediamento ha espressamente affermato di voler ampliare, umanisticamente parlando, l’offerta formativa scolastica e che poi, evidentemente, se n’è dimenticato strada facendo; mi rivolgo al deputato ex M5s Michele Nitti, che ha presentato una proposta di legge per l’introduzione di Storia della musica nei nostri licei facendola poi di fatto cadere nel dimenticatoio; mi rivolgo alla deputata Lucia Azzolina, che dopo aver firmato la summenzionata proposta di legge non ha fatto nulla, da ministra, per darne seguito; mi rivolgo alla senatrice Loredana Russo, che nonostante sia stata ampiamente sensibilizzata sull’argomento non ha fatto il minimo cenno a voler integrare il suo pur pregevole intervento legislativo con la vera cultura musicale; mi rivolgo al ministro Patrizio Bianchi, che tanto ha detto di voler potenziare musicalmente la scuola italiana da non farne poi più nulla.

Chissà di quanti altri mi sto dimenticando, ma a loro e agli appena menzionati mi rivolgo: siete ancora in tempo, dimostrate a voi stessi di saper governare con lungimiranza, con visione, con intraprendenza, con rispetto del patrimonio culturale italiano.

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