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Arriva l’agognata fine dell’anno scolastico e con essa una burocrazia che svilisce l’intelletto

Una burocrazia pletorica e petulante, di documenti da firmare e rifirmare solo per mostrare che tutto si muove quando niente progredisce
Arriva l’agognata fine dell’anno scolastico e con essa una burocrazia che svilisce l’intelletto
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di Francesco Nicolaci*

Siamo arrivati alla fine dell’anno scolastico. E con esso al solito circo che si ripete. A breve gli esami di terza media, un rito di passaggio e una consuetudine tra le righe che porta a promuovere chiunque e comunque. Il faustiano convenzionalismo fatto di una burocrazia pletorica e petulante, di documenti da firmare e rifirmare solo per mostrare che tutto si muove quando niente progredisce, e che tutto è da fare per nessuna causa prima, riducendo la vita activa a una dis-praxis: non teleologica né euristica, ma intellettualmente vacua e socraticamente peccatrice.

Viene così in mente la mefistofelica frase di Goethe: laddove manca il concetto interviene la parola. Parole scritte, calate, imposte, etichette di capricci volubili: cornice surreale di un fine anno scolastico che quantizza le falle e le decadenze di un sistema scolastico ed educativo sfasato e fasullo. In questo orizzonte il corpo docenti è ridotto, in fondo, a correre su un tapis roulant alla stregua di criceti in una ruota.

Un appiattimento collettivo che porta all’annullamento delle identità singolari, delle potenzialità individuali e dei timbri unici, calpestando quel lascito di polifonia culturale a cui l’evoluzione di secoli aveva teso e vorrebbe puntare.
Anziché validare e cingere l’animo pulsante del corpo scolastico – coronato di alloro come fu già per il Petrarca –, il personale docente viene inesorabilmente assimilato al groupthinking, subordinato a un’omologazione monoaccordale e monodica, a un’esecutività priva di armonia contrappuntistica: quella cattedrale fatta di pluralità, dissonanze e risoluzioni, di architettura complessa che è specchio – ci insegna l’antica sapienza – dell’indefinita varietà e molteplicità del macrocosmo e del microcosmo, del subatomico e dell’universale.

Attraverso il pleonastico rito di procedure voluttuarie, la scuola appiattisce e svilisce ciò che dovrebbe tracciare ed esaltare: la vivacità intellettuale, la diversità vettoriale e la detonante forza polifonica di intrecci singolari.
Alla base vi giace un inganno sistemico – un’infondatezza storica, intellettuale, filosofica e spirituale: l’idea contraffatta che noi siamo “per gli altri”. E’ tutt’altro: solo se lavoriamo su noi stessi, solo se ci troviamo in una condizione di benessere radicale, l’ambiente circostante ne riceve i frutti. Nozione sotterranea afferrata da pochi e quid ancora di alcune discipline, come quella musicale.
Non è annullando se stessi che si fa del bene agli altri. È costruendo su se stessi, investendo nella propria fioritura, che il mondo ne riceve una ricaduta positiva.

Lo stesso vale per il docente: è fondativo il diritto a stare bene a livello di ambiente di lavoro, di intelligenza emotiva e di riconoscimento economico. Quest’ultimo corrisponde a dignità, indipendenza, crescita personale, espansione degli orizzonti: il mezzo imprescindibile per svelare l’incommensurabile lascito di chi ci ha preceduto e per portare avanti quell’impronta umana unica e irripetibile che rappresenta il significato più autentico della nostra vita hic et nunc.

La tutta italica penuria finanziaria non è un semplice disservizio sindacale, ma una colpa antropologica: la libertà economica porta con sé la libertà del carico cognitivo. Solo con la mente sgombra dal peso della sopravvivenza ci si può dedicare pienamente all’altro nel proprio servizio. Questa pienezza non è un lusso, ma il compimento aristotelico del nostro essere potenzialmente umani. È il respiro dell’esserci heideggeriano.
Invece, il sistema scuola, ricoperto da una gattopardesca carta velina sulla propria condizione di penia, diventa l’auto-contraddizione perpetua, pretendendo che l’insegnante sia guida e minis-ter del sapere, un Virgilio o una Beatrice per le nuove generazioni, mentre lo si sprofonda in un continuo e imperituro contrappasso infernale, segnato da carte e direttive.

La bestemmiante “bureau-kratia” si trasforma in un fango adeo, in cui lo slancio umano, intellettuale e personale viene trattenuto in un girone dantesco di aleggiante colpa e sussurrata inadeguatezza. L’insegnante è immortalato nel cerchio di falso giovane trattato troppo male per godersi persino la pausa estiva, ridotta al tempo di un limbo senza approdi.
Infine, la frenesia fine a sé stessa alimenta la pacchiana pseudo-serietà di una farsa aristofanea e petroniana, nascondendo dietro la foglia di fico di protocolli la nudità di rituali apotropaici, messi in scena per assolversi dall’ignavia consenziente, e dall’abdicazione al pensiero laterale, innovativo, emotivo.

Arriviamo così a questa tanto agognata fine dell’anno scolastico, ma la linea di traguardo ha l’odore acre di folate dantesche di un qualunquismo insapore e di una dignità incolta.
E così l’estate diventa la stagione in cui il mare dell’acriticità sciaborda via i sussulti di intelligenze multiple e di schiettezze intellettuali, sommergendo tutto sotto un paradigma che rimane, inesorabilmente, amaro come il sale di quelle stesse onde.

*insegnante, scrittore

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