“Fuori i nomi!” frasi così, ringhiate a muso duro, e poi botte, frustate, scariche elettriche, getti d’acqua fredda, tenaglie, fari sparati in faccia, giri di vite e urla di dolore. La storia infame della tortura, sommo abuso di potere, sta nella pretesa dell’autorità di estorcere informazioni utili attraverso il dolore prima somministrato e poi risolto. Infame per la violenza prodotta, infame per il risultato atteso: provocare il tradimento dei sodali, dei complici, dei compagni.

Quante pagine atroci sono state scritte nelle carceri fasciste! Quanti atti ultra umani o umanissimi abbiamo imparato a conoscere di quei partigiani, di quelle partigiane, che pur di non fare i nomi, pur di non tradire i compagni, hanno sopportato fino alla morte, tacendo.

Orribile storia da ripudiare, come la guerra. Ma guai a dimenticarle!

Forse nelle sentenze delle Corti, europea ed italiana, che hanno decretato la illegittimità della presunzione assoluta di pericolosità sociale del detenuto mafioso in assenza di collaborazione con la Giustizia, si è mosso sotterraneo anche questo ricordo, anche questo orrore. MAI PIU Lo Stato deve legare la soluzione di un dolore (ed il divieto assoluto di accesso ad ogni beneficio carcerario dopo decenni di detenzione potrebbe apparire come tale) alla confessione di un detenuto. MAI PIU lo Stato deve anche soltanto dare l’impressione che il sollievo sia legato alla cessione dei nomi.

C’è qualcosa di immorale nel baratto nomi-libertà. Ripeto: forse nella mente dei giudici che hanno così sentenziato ha pesato questo retaggio. Potrei comprenderlo, anche se continuerei a non condividerlo relativamente agli appartenenti ad organizzazioni mafiose che fondano il loro potere sulla indissolubilità del legame associativo, che a sua volta, proprio per la sua stabilità, è in grado di generare paura ed ubbidienza in quanti lo percepiscono e quindi lo subiscono. Potrei comprenderlo, ma continuerei a non condividerlo, visto che il principio della presunzione assoluta era già stato ragionevolmente attenuato nel 2014 con l’introduzione del concetto di “collaborazione impossibile”. Tant’è.

Il mio intento è quello di porre però una questione ed intendo farlo ora che la Commissione Giustizia Camera ha ripreso i lavori per la riforma dell’ergastolo ostativo, questa volta sulla base di un testo condiviso tra i gruppi parlamentati. Un testo serio che superando la presunzione assoluta di pericolosità sociale legata alla assenza di collaborazione con la giustizia, fissa comunque dei paletti severi entro i quali il Giudice della Sorveglianza dovrà muoversi per decidere se accogliere l’istanza di accesso ai benefici carcerari da parte del mafioso detenuto che non collabora.

Tra questi paletti alcuni riguardano i soldi, in particolare l’istante, non collaborante, dovrà dimostrare di avere ottemperato alle obbligazioni civili scaturite dai processi cui è stato sottoposto e di avere provveduto (per quanto possibile) alle riparazioni pecuniarie derivanti dal reato.

Ed è proprio tra questi paletti che vorrei infilarne un altro, a partire dalla considerazione che il contenuto della collaborazione con la giustizia non si esaurisce nel fare i nomi dei complici, ma anche nel restituire il bottino accumulato con l’attività criminale, un bottino che normalmente viene fatto sparire attraverso operazioni di riciclaggio più o meno sofisticate.

Ora, ammesso che la riforma debba superare lo schema nomi-in-cambio-di-libertà, potrebbe almeno apprezzare come autonomo momento della doverosa manifestazione da parte dell’istante di non avere e di non volere più rapporti con l’organizzazione criminale la consegna del bottino. Se, infatti, la valutazione in concreto della attualità della pericolosità sociale del mafioso detenuto, non collaborante, dovrà essere fatta sulla base dei legami ancora esistenti con l’organizzazione criminale o con la possibilità che questi vengano riattivati, il fatto che l’istante oltre ad onorare obbligazioni civili e riparazioni pecuniarie, restituisca il maltolto potrà deporre senz’altro a favore delle sue buone intenzioni.

Sarebbe al contrario inaccettabile che il mafioso non collaborante potesse accedere ai benefici carcerari senza svuotarsi nemmeno le tasche.

Fare i nomi diventi pure una scelta in toto slegata dalle modalità di esecuzione della pena, restituire il maltolto invece no, resti una condizione necessaria a liberare la collettività dalla paura che la brace covata sotto la cenere, divampi di nuovo in fiamme devastanti. Come quelle che a Siderno hanno sconvolto l’intera comunità.

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