La svolta verde è già finita. O almeno rimandata. La Cina, alle prese con una crisi energetica che ha provocato numerosi blackout e rischia di compromettere la ripresa dell’attività produttiva, ha ordinato alle miniere di carbone di aumentare la produzione. In questi mesi Pechino aveva cercato di privilegiare il gas, la meno inquinante delle fonti fossili, come per dare energia alla ripresa. Scelta che ha contribuito a far schizzare al rialzo i prezzi del gas sul mercato globale. Ma gli accorgimenti di natura ambientale, sbandierati anche dal presidente Xi Jinping, si sono infranti di fronte ai contraccolpi economici. Secondo gli esperti in questo frangente la Cina ha poche alternative per superare la crisi. Il vero rischio è che l’incremento dell’uso di carbone diventi strutturale e non di breve termine.

A 72 miniere di carbone, situate per lo più in Mongolia, è stata chiesta una produzione aggiuntiva di 100 milioni di tonnellate, un incremento del 10%. La Cina rimane fortemente dipendente da questo fossile, circa la metà dell’elettricità che produce deriva dal carbone. Lo scorso anno la Cina ha estratto quasi 4miliardi di tonnellate di carbone. Il paese si è posto l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica (saldo zero tra emissioni e recupero di Co2) entro il 2060, dieci anni dopo l’Europa. L’impegno della Cina nel perseguimento di obiettivi di sostenibilità ambientale è fondamentale se si considera che il paese è quello che emette più quantità di Co2 a livello globale, con circa 10 miliardi di tonnellate ogni anno. Nel frattempo le quotazioni del gas naturale in Europa sono di nuovo in rialzo. Ad Amsterdam il prezzo sale del 6,6% a 103 euro al megawatt/ora dopo che ieri era sceso a 96,51 euro. Il prezzo del petrolio a New York ha superato la soglia degli 80 dollari al barile per la prima volta dal novembre del 2014.

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